01 Feb
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FOTO © Progetto Athribis Tubinga 


a cura della redazione, 1 febbraio

Una missione tedesco-egiziana, scavando nell’antica Athribis, ha recuperato più di 18.000 frammenti di vasi di argilla utilizzati come materiale per scrivere circa 2.000 anni fa. Noti come ostraka, questi reperti documentano elenchi di nomi, acquisti di cibo, oggetti di uso quotidiano e testimoniano la presenza di una scuola di formazione, forse collegata alle antiche scienze mistiche e rituali custodite nel luogo, dove è testimoniata una rara ricetta monumentale per un unguento o incenso che, secondo altri testi, potrebbe richiedere molti mesi per essere prodotto. Tra i frammenti, recentemente rinvenuti ci sono elenchi di mesi, numeri, problemi aritmetici, esercizi di grammatica e “un’alfabeto degli uccelli”. La notizia è stata resa nota dall’Università di Tubinga con un comunicato, il 31 gennaio scorso.   

FOTO © Progetto Athribis Tubinga - Frammento di testo scolastico con l’alfabeto degli uccelli in ieratico. A destra, il nome dell’uccello, e a sinistra, i numeri da 5 a 8, che riflettono la posizione delle lettere nell'elenco. 

Anche se circa l’80 per cento dei frammenti sono scritti in demotico, la scrittura amministrativa comune nei periodi tolemaico e romano (dopo il 600 a.C.) - oltre a ostraka con caratteri greci, copto e arabo - il team si è imbattuto in iscrizioni molto più antiche, in carattere ieratico e geroglifico. Una collezione davvero impressionante, che comprende anche frammenti pittorici, che mostrano varie rappresentazioni figurative, inclusi animali come scorpioni e rondini, esseri umani, divinità del vicino tempio millenario e figure geometriche. 

FOTO ©Progetto Athribis Tubinga - Ostracon pittorico con un babbuino e un ibis, i due animali sacri di Thoth, il dio della saggezza.

Gli egittologi, guidati dal professor Christian Leitz, dell’Istituto per gli studi sul Vicino Oriente Antico (IANES) dell’Università di Tubinga, in collaborazione con Mohamed Abdelbadia e il suo team del Ministero del Turismo e delle Antichità egiziano, lavorano ad Athribis dal 2003. La zona archeologica, si trova sulla sponda occidentale del Nilo a sud-ovest della città di Sohag (circa 200 chilometri a nord di Luxor) in quello che anticamente era denominato l’Alto Egitto. 

Traduzione dell’iscrizione rituale mostrata nel VIDEO ©Progetto Athribis Tubinga da Carolina Teotino dell'Università di Tubinga responsabile dello studio degli ostraka pittografici: “Il trono di colui che prende il ruolo del toro - il suo braccio alzato, il tempio della gioia di Horus, il figlio di Osiride – l’orizzonte dell’Ovest della Signora del Rechit, che lascia risvegliante illeso (Osiride) essere al sicuro nella sua bara - il santuario di Thoth, che conta l’occhio Udjat in (...) il perfetto (...) il trono di colui che ha una forma perfetta, per cui è illeso in questo luogo - la statua del Camminatore del Re del basso Egitto, Ra - che viene ad esso ogni giorno per allietare il suo cuore al (...) momento in cui Horus venne in pace”. 

Nell'Egitto faraonico erano preferiti i frammenti di pietra calcarea, ai quali il nome di ostraka è esteso dalla scienza moderna un po' abusivamente; ma dall'età tolemaica alla bizantina l'impiego di frammenti di terracotta, specialmente cocci di dogli da vino, fu estesissimo, e gli scavi ne hanno restituite parecchie migliaia, conservate oggi nei vari musei e biblioteche accanto alle collezioni di papiri. Il sito si estende per trenta ettari. Nella zona, oltre all’insediamento, alle cave e alla necropoli, sono stati individuati due templi, uno dei quali è ancora sotto la sabbia alta un metro. Al momento sono visibili solo parti di un grande pilone. Il santuario più in superficie è stato scavato nel 2019. Fu fatto costruire da Tolomeo XII circa 2000 anni fa.

FOTO ©Progetto Athribis Tubinga - Qui venivano adorati: Min-Ra, raffigurato itifallicamente con il braccio alzato e con una corona di doppie piume sul capo; la consorte Repit dalla testa di leone, la dea degli occhi figlia del dio Sole, coronata da un disco solare con un serpente ureo; e Kolanthes, il dio bambino con un ricciolo giovanile e un dito sul labbro, come l’Horus-senedjem-ib. 

All’interno del tempio sono stati trovati tre santuari. Il primo era dedicato a un dio bambino. Sulla parete ovest, nel primo registro, è presente un plinto, su cui era collocato un brigantino portatile o edicola (naos), di cui è ancora visibile la trave di sostegno di destra. Questa rappresentazione è inserita in una scena unica nell’intero Egitto, con una connessione diretta alla divinità tutelare all'ingresso della stanza, il cui titolo è: "Portare il cespuglio di papiro da Chemmis". A sinistra e a destra della porta che segue a nord, c’è una scena con una dea che allatta al seno, cui il faraone porta un’offerta di latte, mentre a destra il re guarda Iside e suo figlio Horus. L’intero tempio è diviso lungo il suo asse principale in un lato occidentale e un lato orientale. Tutte le processioni geografiche, ma anche le corone del re (rossa-Egitto inferiore sul lato occidentale e bianca-Egitto superiore sul lato orientale) seguono questa divisione. 

VIDEO ©Bonn Center for Digital Humanities 

Il secondo santuario è un punto di passaggio con quattro porte, che lascia poco spazio alla decorazione parietale. Sulla parete nord, nel primo registro, si trovano due dee a forma d’ippopotamo che hanno una coda di coccodrillo sul dorso e i cui piedi sono fatti di zampe di leone. Ognuna di queste dee ibride rappresenta uno dei dodici mesi egizi. Nel secondo registro si possono ancora vedere le zampe del leone e il resto della coda del coccodrillo, originariamente c’erano tre registri per lato. Nell’area di base si trovano il re e diversi Dei del Nilo su ciascun lato, riconoscibili dalle piante di palude sulle loro teste. Portano dei vassoi sul lato est con una figura che offre quattro vasi pieni di unguento e mirra, mentre sul lato ovest ci sono diversi tessuti. 

FOTO ©Progetto Athribis Tubinga - Separate da corridoi, tre ordini di cappelle funzionali sono raggruppate attorno agli ambienti interni, dove erano conservati i tessuti e gli oli per l’unzione per varie cerimonie. In una di esse la base della parete è decorata con singolari raffigurazioni di alberi di incenso e mirra. 

In questo tempio, e in soli altri due templi in tutto l’Antico Egitto, sono state rinvenute precise descrizioni di piante che s’inseriscono in uno schema consolidato di conoscenza rituale e scientifica. Con le dovute differenze, la stessa tipologia si ritrova nelle descrizioni dei serpenti nel trattato di ofiologia e in un’area d’intersezione tra botanica, chimica e fisica, nel trattato sulle piante produttrici di sostanze resinose e sui loro essudati, conservato in solo altri due testi egizi, quello di Horo a Edfu e quello del così detto “Giardino botanico" di Thutmose III. Il trattato di Athribis fornisce un’accurata descrizione delle secrezioni o dei prodotti di 30 piante (28 nel testo di Tutmose III, che presenta alcune varianti rispetto a quello conservato nel tempio di Edfu) in base a una classificazione organizzata secondo due principi: uno legato a un criterio di funzionalità religiosa, l’altro all’ordine fisico-chimico.

FOTO ©Progetto Athribis Tubinga - L’ultimo santuario contiene un’unica processione di vasi canopi con il coperchio a testa di falco. A un esame più attento, si nota che ci sono minuscoli geroglifici sia sui vasi sia sui dischi solari sopra le teste di falco. Le iscrizioni sui vasi, per quanto leggibile, ne indicano il contenuto: si tratta delle più diverse sostanze aromatiche. I nomi sul disco solare così come i nomi davanti alle teste dei personaggi raffigurati li identificano come cronocrati: divinità rappresentanti ciascuna un giorno diverso del calendario egizio. Purtroppo è stata conservata solo la metà delle scene del primo registro. 

Anche se la città raggiunse il suo massimo splendore solo in epoca tolemaica (III-II secolo a.C..), la pietra di Palermo indica l’occupazione egizia del sito già durante l’Antico Regno, con la prima menzione di Athribis risalente al regno di Sahure. Lo confermerebbe una mastaba, rinvenuta nel 2010, databile tra la fine della III dinastia e l’inizio della IV, nella vicina Quesna. Esistono prove archeologiche anche di un’occupazione durante la XII dinastia, durante il Medio Regno. A ovest dell'area degli scavi diretta da Marcus Müller, e ancora in corso, stanno venendo ora alla luce edifici a più piani con scale e volte. Il resto dell'area è stato riempito di macerie nel corso dei secoli. L'analisi dell'ostraKa da parte del team internazionale, principalmente francese e tedesco, è coordinata da Sandra Lippert, responsabile della ricerca presso il Centro Nazionale di Ricerche Scientifiche (CNRS) di Parigi. 

FOTO ©Progetto Athribis Tubinga 


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