23 Feb
23Feb

L’antichissimo sito rituale nel sud-est del paese mediorientale sembra sia stato utilizzato dagli antenati ancestrali del Regno dei Sabei. I manufatti ritualistici e le incisioni sui due menhir al suo interno rimandano al culto dell'Onnivedente…


a cura della redazione, 23 febbraio 

Perché un gruppo di cacciatori-allevatori di 9.000 anni fa avrebbe dovuto costruire un altare nel bel mezzo del deserto giordano e riprodurre all’interno di un cerchio rituale un “aquilone” in scala ridotta? Cosa rappresentavano realmente per quei popoli quelle “trappole per cervi selvatici” affastellate spesso nella stessa direzione, su un’area che si estende dalla penisola arabica al mare d’Aral? E per quale ragione i simboli incisi sulle pietre poste a totem di quel luogo sono gli stessi che ritroviamo in tutto il mondo, a diverse latitudini, tramandati da tempi antichissimi? Martedì scorso, in una conferenza stampa presso il Dipartimento delle Antichità di Amman, è stata annunciata la scoperta di una testimonianza unica per la storia del Medio Oriente: un complesso assetto rituale risalente al periodo neolitico. Qui, circoscritte in una struttura di pietra del 7000 a.C., sono state rinvenute due steli antropomorfe, figurine zoomorfe, 149 fossili marini collocati secondo un preciso schema, strumenti di selce di straordinaria fattura, un altare e un focolare, associati alla pratica di un antichissimo culto. 

FOTO © SEBAP 

Il sito, che risale all’età della pietra, è stato scoperto nel 2021 dal team franco-giordano del “Progetto Archeologico della Badia sudorientale” (SEBAP), co-diretto dal Dr. Wael Abu-Azizeh dell’Archeorient, l’Istituto francese del Vicino Oriente (IFPO) di Lione, e dal Prof. Mohammad Barakat Al-Tarawneh, dell’Università al-Hussein Bin Talal, in Giordania. “Un sito unico per il suo stato di conservazione, che getta una luce completamente nuova sul simbolismo, l’espressione artistica e la cultura spirituale di queste popolazioni neolitiche finora sconosciute”, ha affermato l’archeologo giordano. La Giordania, con questa scoperta, è l’unico Paese al mondo con il più grande e antico gruppo di fossili raccolti e disposti secondo un rituale religioso. 

FOTO ©Università al-Hussein Bin Talal

Questa scoperta non ha precedenti, in quanto costituisce una testimonianza unica di un complesso assetto rituale risalente al periodo neolitico”, ha dichiarato il ministro giordano del Turismo e delle Antichità, Nayef Al Fayez. Il sito contiene otto “trappole del deserto” che si estendono per più di 20 km da nord a sud. Non è chiaro perché gli studiosi ne parlino quale "insediamento Ghassani", come riporta la testata turca Arkeofili. Per questa ragione la stele più alta, che misura 1,12 metri, è stata chiamata Abu Ghassan, mentre la più piccola, alta 70 centimetri, è stata chiamata Ghassan. Un riferimento ai Ghassanidi, il misterioso popolo che la tradizione orale della Siria meridionale, narra provenisse da Maʾrib, l’antica capitale nel II millennio a.C. del Regno Sabeo? Dimoravano in capanne circolari e fabbricavano coltelli di pietra affilati come rasoi. L'enorme quantità di ossa di gazzella rinvenute nel santuario conferma che si trattava di cacciatori altamente specializzati, le cui vite nutrizionali, economiche e cultuali ruotavano attorno alla cattura di questi animali.

FOTO © SEBAP  

Siamo sulle montagne Khashabiyah di Al Jafr, nel sud-est della Badia, tra massi calcarei e di selce caratteristici dei paesaggi hamada della Giordania, immediatamente a sud-est dell’Alto Wadi Hudruj. Qui gli scavi sono iniziati nel 2012, identificando la prima serie di “aquiloni” ai margini del deserto sudorientale. Queste megastrutture, caratteristiche dell’occupazione delle zone aride del Medio Oriente, sono costituite da due lunghe pareti di pietra (alcune larghe mezzo metro, altre fino a un metro e mezzo, e lunghe centinaia di metri) che convergono, restringendosi gradualmente verso una piccola area recintata, all’interno della quale sono state individuate una serie di piccole strutture circolari. Possono superare anche diversi chilometri di lunghezza e talvolta sono organizzate in catene di strutture contigue e continue. Viste dal cielo, la loro forma suggerisce quella di un aquilone trasportato dal vento. 

FOTO © SEBAP - Grazie al recente accesso alle immagini satellitari ad alta risoluzione ha rivelato che ci sono molti più aquiloni di quanti si pesasse sino a pochi anni fa, su un’area che si estende dalla penisola arabica al mare d’Aral. 

Noti nel nord-est della Giordania da molto tempo, la loro scoperta nella zona meridionale è stata una sorpresa per i ricercatori. Gli “aquiloni” di Jibal Al Khashabiyeh sono, di fatto, le più antiche strutture artificiali su larga scala conosciute in tutto il mondo. Sebbene siano state molto poco approfondite le ricerche sul campo, compresi gli scavi, la loro interpretazione più comune è quella di strutture legate alla caccia delle mandrie di gazzelle o cervi selvatici; ma, per quanto sia generalmente accettato che gli aquiloni servissero a riunire gli animali, nessuno può confermare con certezza oggi la loro funzione o la cultura che rappresentano. Se così fosse, comunque, gli “aquiloni del deserto” suggeriscono strategie di caccia di massa estremamente sofisticate, inaspettate in tempi così antichi. 

FOTO © SEBAP - Una delle celle fotografate dall’alto sembra un prototipo dell’Uovo Cosmico, antico mito cosmogonico legato alla culto della Dea Madre. 

A nord est della Siria, ad esempio fu scoperto un deposito di ossa di gazzella contenente molte persone di diverse età e sesso. Sono stati trovati anche diversi petroglifi che li rappresentano, ma non è chiaro se questi debbano essere interpretati come scene di caccia o altro. In realtà, non sappiamo nulla di come funzionasse un “aquilone” e tendiamo a interpretarne l’uso in base a quelle che pensiamo possano essere stati i costumi e gli usi degli uomini preistorici. In particolare, non conosciamo lo scopo delle piccole cellule, anche se sembrano essere state essenziali, a giudicare dalla loro onnipresenza e dalla cura assunta nella loro costruzione: avrebbero potuto servire come fosse o anche come spazi rituali, simili a quello appena scoperto. 

FOTO ©Università al-Hussein Bin Talal

Perché è stato posto un modello in miniatura di una di queste presunte “trappole per animali” al suo interno? I ricercatori, a sostengo della teoria della caccia, ipotizzano che il luogo servisse a invocare forze soprannaturali per propiziarne la buona riuscita, certi che gli “aquiloni” fossero il centro della vita culturale, economica e persino simbolica di questi nomadi preistorici del Medio Oriente. Tutti gli indizi, a nostro avviso, conducono però verso un’altra interpretazione. Il primo e il più importante sono i due menhir e le incisioni praticate su di essi. La colonna che simboleggiano è da tempo immemore considerata incarnazione della Forza Vitale e il fatto che siano posti a ridosso di un altare e di un focolare di culto indica che in questo luogo venivano praticati riti di iniziazione e rigenerazione. 

FOTO © SEBAP 

In quest’ottica le decorazioni presenti su entrambe le steli di pietra rappresentano segni che rimandano alla Dea Madre, simbolo del Femminino Sacro, cui sono attribuiti da sempre la Sapienza e il potere di vedere oltre il buio della notte. Il suo potere era nell’acqua, nella terra e nella sua capacità rigenerativa, in quanto forza di attivazione dell’energia necessaria per realizzare il passaggio trasmutativo a nuova vita attraverso la morte, stilizzata nell’Antico Egitto dal geroglifico della civetta. E non è un caso che uno dei volti più diffusi della Dea nel neolitico, che accomuna culture diverse nel tempo e nello spazio, sia proprio questo uccello notturno, scolpito anche sul menhir più piccolo scoperto in Giordania.

FOTO ©Università al-Hussein Bin Talal

La stessa rappresentazione zoomorfa la ritroviamo in Europa per tutto il Paleolitico, il Neolitico, fino all’Eneolitico. Nel suo studio su “Il Linguaggio della Dea Madre”, Marija Gimbutas ci parla dei grandi occhi spalancati nel buio con cui è ritratta, che suggeriscono con forza l’epiteto di “Onnivedente”, colei che vede dove gli altri non riescono a vedere. Un’allusione al cosiddetto “risveglio iniziatico”. E di fatto, gli occhi e il becco della civetta seguono gli stilemi rappresentati dalla lettera φ (fi), simbolo alfabetico greco della filo-Sofia, della sezione aurea, e dell'Amore per la Conoscenza. Ora, il simbolismo che ruota intorno agli occhi della Dea, al pari dei seni e della bocca, è quello di Sorgente Divina.

Immagini tratte dal libro "Il Linguaggio della Dea" di Marija Gimbutas, collana "Le Civette" edito da Venexia

Per quanto l'interpretazione delle due steli antropomorfe da parte dei ricercatori sembra avere un approccio legato all'elemento maschile e al rapporto padre e figlio (Abu significa Padre), è possibile applicare la stessa chiave di lettura, ipotizzata sopra, al menhir più grande là dove i solchi verticali che scendono dal volto possono essere associati alla corrente liquida che dirama dalla zona degli occhi. L’idea dell’umidità divina che deriva dagli occhi la ritroviamo nei segni presenti su artefatti del Mesolitico e del Neolitico Preceramico e in particolare su alcune effigi incise su ciottoli rinvenuti nei siti di Yarmukian, nella valle del Giordano, in Libano, risalenti al VII millennio a.C.. Sulla stele del Khashabiyah l'espressione della Sorgente Divina è rafforzata dalla bocca forata simile alle coppelle di alcune raffigurazioni della Dea Uccello a becco aperto. Simbolicamente tali fori rappresentano anche la Acqua di Vita e il ricettacolo dove accoglierla quando cade.

FOTO © SEBAP 

Anche i 149 fossili di conchiglie Nautilus sono associati alla Dea per la loro forma: la spirale esprime la transizione e il divenire, in quanto simbolo del tempo ciclico e della Creazione. La  riproduzione in scala ridotta di quella che viene al momento definita una struttura a “trappola per animali selvatici”, diventa allora l’ennesimo indizio per considerare questo recinto rituale un “omphalos” sacro della tradizione locale, che va ben oltre la mera interpretazione apotropaica.


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