09 Nov
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FOTO ©cultura.gov.it/bronziscasciano  


a cura della redazione, 8 novembre

Tra le colline sensei, protetti per 2.300 anni dal fango e dall'acqua termale di un antichissimo santuario, sono riemersi negli ultimi anni centinaia di oggetti della ritualità quotidiana. A ottobre, poi, dopo 14 settimane di scavo, in corrispondenza di un fregio taurino, dalla vasca sacra di San Casciano dei Bagni sono emerse anche due dozzine di statue più grandi a corpo intero, finemente lavorate, cinque delle quali alte quasi un metro. Un prezioso unicum archeologico, che testimonia la fluida transizione delle matrici archetipali tradite dalla civiltà etrusca durante il processo di romanizzazione della penisola italica, annoverando il santuario toscano tra le oasi di pace e spiritualità durante la sanguinosa dialettica dei ultimi secoli prima di Cristo. 

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Gli Etruschi avevano costruito qui un santuario nel III secolo a.C., esteso in un complesso molto più ampio dai romani all'inizio del I secolo a.C. e infine chiuso verso il V secolo d.C.. Le vasche, sigillate da colonne rovesciate, hanno però custodito per oltre due milleni le effigi degli dei e gli ex voto lasciati da generazioni di fedeli. Il più grande corredo votivo della penisola Italica mai trovato. Da quando sono iniziati gli scavi, nel 2019, gli archeologi hanno trovato numerose offerte lasciate nel luogo sacro: figurine di bronzo e terracotta che rappresentano diverse parti anatomiche (polmoni, intestino, uteri, peni, braccia, gambe, orecchie) oltre a migliaia di monete (ne sono state ritrovate al momento 6.000). Gli ultimi ritrovamenti, paragonatI dal direttore generale del Museo, Massimo Osanna, al clamoroso ritrovamento della coppia di guerrieri di bronzo del V secolo a.C. al largo di Riace nel 1972, risalgono a un periodo compreso tra il II secolo a.C. e il I secolo d.C..

FOTO ©cultura.gov.it/bronziscasciano 

Le acque calde e fangose hanno preservato questi antichi cimeli in un perfetto stato di conservazione. Tra le effigi spiccano una raffigurazione della dea Igea, con un serpente avvolto intorno al suo braccio, un nudo di Apollo e un giovane togato. Il culto di Igea era associato anticamente a quello del padre Asclepio (Esculapio), invocati per prevenire e curare malattie e danni fisici, simbolicamente associati al risanamento della salute persa. Le due divinità, espressione di uno stato di Coscienza, venivano raffigurate accanto a un serpente rappresentato ora nell’atto di dissetarsi in una coppa (il "Santo Graal" custodito e alimentato dal femminino sacro) ora avvolto attorno a un’asta o a un bastone retto dalla divinità ("indice" della potenziale elevazione verso l'Alto). Entrambi simboli della pacificazione tra copro e anima, del giusto nutrimento per realizzare il dominio sulle forze telluriche e sull'ombra, elevando l'essere da una posizione dormiente, orizzontale, ad un risveglio sapiente in verticale.

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Una rinascita confermata dalla conformazione del luogo sacro, il cui ingresso ricorda simbolicamente un utero, enfatizzata dal potere immersivo dell'acqua vivificatrice, rievocato nei riti battesimali, verso il dominio delle acque infere, sulle quali il Cristo ha manifestato il potere di saper camminare (miracolo riportato in tre vangeli: da Marco 6,45-52, da Matteo 14,22-33 e dal Giovanni 6,15-21). E non è un caso che nelle civiltà tradizionalmente il termine Hyghieia, così come il termine salus, fossero usati per indicare la presenza dell’ordine divino nella polis e per analogia nella psiche. Così come lo stato di salus, in riferimento alla persona, indicava la presenza nell’anima del governo di Dio, la realizzazione di un intelletto sapiente e dell’immanenza della pace e della giustizia divine nei suoi veicoli, l’anima e il corpo.


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