CAMBRIDGE: “TAVOLETTA DI GILGAMESH, IL DIO EA INGANNA NOÈ”?


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Università di Cambridge, 26 Novembre

Uno dei primi esempi di “notizie false” sarebbe stato individuato da un accademico di Cambridge in una tavoletta di argilla che racconta la versione babilonese di Noè e l’Arca… 

Una notizia “sconcertante” che Adriano Forgione, direttore editoriale della rivista FENIX ha ritenuto opportuno commentare per la gravità delle implicazioni interpretative che potrebbero derivarne

Secondo il dott. Martin Worthington, uno dei maggiori esperti britannici sull’antica cultura babilonese, linguista dell’Università di Cambridge presso il St John's College, «una menzogna è nascosta nelle parole di un dio babilonese per ingannare Noè e i suoi seguaci nella costruzione della sua Arca». La prova dell’antico inganno, a detta del professore, si troverebbe nell’undicesima tavoletta di Gilgamesh, un racconto mitologico risalente al 700 a.C.. La lettura classica del mito ha sempre tradotto la frase detta dal dio babilonese Ea (Enki in sumero), come una promessa al Noè babilonese, Utnapishtim, che sarebbe piovuto cibo dal cielo. Secondo il professor Worethington questo avrebbe generato una “falsa informazione”, sostenendo che le parole del dio potrebbero aver avuto tutt’altro significato «indicando un messaggio diverso, nascosto». Perché Ea avrebbe dovuto convincere il suo popolo a costruire l’Arca? Il testo, così come tradotto da Worthington, mostrerebbe un doppio significato. La stessa frase può essere letta come indicazione del dio che predice una pioggia di “cibo” dal cielo, oppure l’avviso dell’arrivo di torrenti d’acqua se Utnapishtim avesse costruito l’Arca. Nel primo caso sembra essere un premio, nel secondo una punizione: «Apparentemente Ea dice a Utnapishtim di promettere al suo popolo che pioverà cibo dal cielo se lo aiuta a costruire l’Arca», sottolinea Worthington. «Ciò che la gente non capisce è che il messaggio di nove righe di Ea ha una duplice faccia: è una sequenza di suoni che può essere compresa in modi radicalmente diversi, come molte parole in inglese. In realtà il messaggio avverte del Diluvio. Una volta costruita l’Arca, Utnapishtim e la sua famiglia si arrampicano a bordo e sopravvivono con un serraglio di animali. Tutti gli altri annegano». 

Questo episodio ambientato nel tempo mitologico, sarebbe secondo Worthington «un chiaro esempio di manipolazione delle informazioni e del linguaggio». Il ricercatore di Cambridge ritiene che là dove il testo babilonese recita “ina lilâti ušaznanakkunūši šamūt kibāti”, può essere tradotto sia come “all’alba pioveranno sorprese di delizie” sia come “all’alba, pioverà su di te l’oscurità” o anche “pioverà su di te in abbondanza”.

Wortinghton si chiede i motivi dietro l’apparente doppiezza di Ea-Enki. «Potrebbe voler mantenere una chiave di lettura legata alla capacità d’interpretazione, lasciando a chi legge la responsabilità della propria scelta», suggerisce in un primo momento. Resta scioccante, però, l’assolutezza con la quale lo studioso di Cambridge asserisce poi che «gli dei babilonesi sopravvivono solo perché la gente li nutre. Se l’umanità fosse stata spazzata via, gli dei sarebbero morti di fame. Il dio Ea, dunque, manipola il linguaggio e induce in errore le persone a fare la sua volontà perché serve al suo interesse personale». La duplicità di Ea nella storia di Gilgamesh, mostra la sua volontà di «ingannare i costruttori dell’Arca». Questo presuppone un concetto di divinità malevola che tiene l’uomo soggiogato.

Il direttore editoriale della rivista FENIX, Adriano Forgione, però è in disaccordo con quanto affermato da Wortinghton: «Bisogna partire dal concetto che questi miti sono allegorie interiori di una genesi associata alla perfezione perduta. Con questo in mente, va ricordato prima di tutto che il dio Ea-Enki è un “salvatore”. Egli salva, come si riscontra in ogni altro mito, un puro di cuore dal volere di altri dei che vogliono l’annientamento della razza umana per eccessivo allontanamento dalle leggi spirituali. Questo è metafora della particella divina in noi che deve essere salvata dal caos della materia. Pertanto non si configurerebbe alcun inganno. Che gli Dei debbano essere nutriti, è del tutto ovvio. Le offerte che gli uomini fanno alle divinità sono, anche queste, metafore dell’offerta che ciascuno di noi deve fare al dio che dimora in noi affinché questi sopravviva e alberghi nel nostro cuore. Non c’è nulla di malefico in questo ed è presente anche nella nostra tradizione monoteistica. Inoltre la figura di Ea, come ho detto, è quella del “Salvatore”, salvando il puro dalla distruzione voluta dagli altri dei. Non solo non può esservi inganno in questo, ma gli stessi sumero-babilonesi associavano a questo Dio il concetto di Bene Assoluto. Ea-Enki è un antesignano del Cristo in quanto a simbolismo e le opere che sopravvivono, a lui dedicate, suggeriscono un culto benefico e di profonda saggezza, tanto che Enki era chiamato “Saggio Signore Serpente dell’Eufrate”, legando la figura del serpente benefico e saggio a questa divinità delle acque di nome Ea (il serpente, in tutte le culture è animale che vive nelle acque, metafora del cielo, ma anche della nostra anima)».Forgione pertanto rifiuta questa attribuzione, considerando errata l’interpretazione di Wortinghton: «Anche i luminari sbagliano e spesso devono ripensare alle loro conclusioni. Quella di Wortinghton è certamente errata e fuorviante, oltre che totalmente irrispettosa del narrato mitologico di Gilgamesh. A meno che non sia in atto, a livello globale, una vera e propria “guerra” a tutto ciò che finora era considerato “buono e giusto”, rovesciando i concetto di “Luce” e “Oscurità”, e attuali revisioni della figura del Cristo lo fanno davvero pensare. Non posso fare a meno di collegarmi a quanto scritto nel Vangelo gnostico di Filippo: “E gli Arconti vollero ingannare l’uomo perché essi videro che egli aveva la stessa origine di coloro che sono veramente buoni. Essi presero il nome delle cose buone e lo diedero alle cose che non sono buone per potere, per mezzo dei nomi, ingannare gli uomini e legarli alle cose che non sono buone”. Gli Arconti nei trattati gnostici sono “angeli decaduti”. Insomma, figure associabili a quegli stessi dei cui il dio Ea si oppose aiutando Utnapishtim. Questa inversione da parte del professor Wortighton, a mio parere è troppo sospetta».