DIVINITÀ ATLANTIDEE SU UN’ISCRIZIONE MAYA LEGATA A UN REGNO PERDUTO


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a cura della redazione, 10 Aprile

Un’antica tavoletta Maya, narra storie primordiali in un intreccio tra mito e realtà che rivela un culto cosmogonico e rituali iniziatici, connessi a déi primordiali, un mitico serpente d’acqua, due coppie, una maschile e femminile, l’altra “Padre” e “Figlio”, descritte in distici poetici sotto i quali campeggia il riferimento a un mitico diluvio…

ACQUISTA ORANascosto nella proprietà di un allevatore di bestiame messicano, gli archeologi hanno rivelato un inaspettato tesoro al confine tra il Guatemala e il Messico. Una scoperta avvenuta grazie a una misteriosa tavoletta, mostrata per caso nel 2014 a due studenti americani Whittaker Schroder (Università della Pennsylvania) e Jeffrey Dobereinere (Università di Harvard). Dagli scavi sono emersi resti di piramidi, un palazzo reale e un campo per il gioco della “pelota”, che i ricercatori attribuiscono al regno perduto di Sak Tz’i, citato da molti frammenti sparsi nei musei, grazie a un glifo inciso proprio sulla tavoletta. L’intera iscrizione racconta una storia complessa, eventi mitogeni in tempi molto lontani: rituali, battaglie, un mitico serpente d’acqua, un diluvio e la danza di un dio. Seguendo le tracce di precedenti ricerche epigrafiche e archeologiche il professore associato di Antropologia, Charles Golden, in collaborazione con il bioarcheologo della Brown University, Andrew Scherer, e un team di ricercatori provenienti da Messico, Canada e Stati Uniti, ha iniziato a scavare nel sito a giugno 2018. I risultati delle loro ricerche sono stati pubblicati nel dicembre scorso sul Journal of Field Archaeology. A darne notizia è stato Lawrence Goodman, l’11 marzo su Brandeis Now

«Nel testo dell’isrizione ci sono accenni di numerologia, specialmente nell’uso insolito del numero 13 della data (Ajaw 13 Kumk’u), che indicherebbe un evento avvenuto poco prima dei cinque giorni legati ai riti di inversione e rinnovo dell’anno, al di fuori del calendario convenzionale», sottolineano gli studiosi. La struttura generale della narrazione è opaca, con sezioni di testo divise in eventi. Per Golden, è evidente che ciascuna delle sezioni fa riferimento ad azioni e divinità diverse, che si collocano al di fuori del tempo dinastico nella storia mitologica. Il primo evento si riferisce alla “Collocazione della Prima Pietra” (Yax-Tuun), il secondo al “Legame delle Corde” ("i-ka-cha-ja, si veda anche la Stele di Aguateca Stela, o il montante nord-ovest del Tempio di Copan). Un rituale nel quale si menziona sia una “corda gialla” (kan), che secondo gli studiosi rappresenta una possibile allusione al concetto di “centro”, sia una “corda verde-blu” (yax), che potenzialmente indica qualcosa di “nuovo” o “iniziatico”. «Il primo gruppo di divinità, che ha contribuito a sollevare la pietra, sono i 4 Itzamtuun, un gruppo di figure anziane, “pietrose" e titaniche», spiegano i ricercatori.

Queste divinità sono menzionate nel pannello come “coloro che hanno elevato la Nuova Pietra” (k’al-yax-tuun-aj). Il secondo dio, che presiede al vincolo delle corde, è il “Serpente dell’Acqua”, un essere acquatico legato alle sorgenti, concettualizzate come luoghi luminosi descritti attraverso distici poetici che fanno riferimento a “un Cielo e una Terra Splendenti”. Gli eventi finali riguardano la “Creazione”. Qui i protagonisti sono yax k’uh, il “Primo Dio” e yax ajaw, il “Primo Signore”. Per Gplden, «proprio come i distici precedenti, questi epiteti potrebbero riguardare lo stesso essere o rappresentare due esseri distinti. Il contenuto esoterico, suddiviso in tre parti, porta alla presunzione che in questa prima parte del pannello gli eventi si siano svolti in un “Tempo Primordiale". In effetti, i primi dèi, i primi signori, gli dèi di pietra, il dio dell’Acqua, si uniscono in sequenza rituale. Presumibilmente, gli eventi si sono suggeuiti in sequenza lo stesso giorno, circa nove cicli prima dell’inizio dell’era tracciata dal Calendario Maya».

particolare di un frammento di stele rinvenuto lungo il bordo sud-orientale della scala della piramide, che mostra le piante dei piedi di un individuo genuflesso in atto di prostrazione accanto a un “re" benedicente con uno scettro piumato, indice della sacralità del luogo

«Eventi triadici simili compaiono anche su monumenti mitogonici come la Stele di Quirigua. L’iscrizione potrebbe quindi fornire uno dei resoconti più ricchi mai recuperati sulla cosmogonia Maya, sulle origini e sulle loro divinità», spiega lo studioso. Il testo si sposta quindi in una sezione di eventi che riguardano rituali mortuari eseguiti da presumibilmente da personaggi storici. La seconda parte del testo, infatti, parla di un sovrano e della sua consorte. Poi, spostandosi in una seconda cornice temporale, traccia un’altra combinazione, tra un Padre (Kan Ek) e un Figlio (K’ab Kante). Resta enigmatico il riferimento a Sak Tz'i, legato qui a un aspetto “notturno” che lo assimila al glifo del “pipistrello”, altrove collegato al regno di Ak’e. Dettagli che per gli studiosi confermerebbero, comunque, si tratti del luogo quale punto di ritrovo e sede principale della dinastia di Sak Tz.

Nell’ultima fascia di testo dell’iscrizione, denominata nello studio “Testo 3”, si trova il riferimento esplicito a un diluvio e a violenti conflitti dinastici. Associazione che è stata riscontarta anche su una scultura a ridosso dell’altare sacrificale dello stesso sito archeologico. L’immagine, dominata dai testi che la circondano, mostra Chac, una divinità Maya che con la sua ascia di luce colpisce le nuvole producendo fulmini e pioggia difendendosi con uno scudo. Quando non portava la pioggia, i Maya pensavano che Chac si ritirasse nella sua dimora e che quindi potesse essere evocato nei luoghi dove si trovava l’Acqua sotterranea, come i cenotes e le caverne, tradizionalmente considerati una porta di ingresso agli Inferi. Secondo gli studiosi l’iconografia è un chiaro riferimento a un “diluvio", cui non è stato però possibile attribuire un preciso riferimento temporale.

Per gli studiosi la figura danzante rappresentata potrebbe essere un “Re”. «D’altronde i Maya credevano che i reali potessero trasformarsi in un dio. In questo caso, il sovrano è vestito come il dio della pioggia: nella sua mano destra porta un'ascia che è il fulmine della tempesta, che ha un aspetto divinizzato chiamato K'awiil. Nella sua mano sinistra, la figura porta una "manopolala", un guanto di pietra usato nel combattimento rituale». In basso a sinistra c’è spazio per un altro individuo: le forme che emergono dal bordo spezzato suggeriscono ciocche di capelli o decorazioni corporee di quella figura mancante. «Qui l’ordine dei glifi, “attraversa” il corpo dalla testa al torace, quindi si sposta attraverso le ginocchia», sottolineano i ricercatori.

All’estremità nord-orientale della città si trovano le rovine di una piramide alta 13 metri, diverse strutture circostanti di rango elitario e siti dall’evidente funzione rituale. Il centro dell’attività religiosa e politica era la “Plaza Muk’ul Ton”, un cortile di 6 ettari dove la gente si radunava per le cerimonie. Una scala conduce dalla piazza a una piattaforma imponente, dove erano disposti schieramenti di templi e sale, forse di sepoltura. I ricercatori ritengono che il sito archeologico, chiamato Lacanja Tzeltal dal nome della vicina comunità moderna, fosse la capitale del regno di Sak Tz’i , situato in quello che oggi è lo stato del Chiapas, nel sud-est del Messico al confine con il Guatemala, tra la regione del fiume Usumacinta e Petén. Gli accademici sono alla ricerca delle prove dell’esistenza di questo antico regno perduto dal 1994, quando ne fu identificato il riferimento nelle iscrizioni provenienti da monumenti o testi saccheggiati trovati in altri centri Maya.

In base alla ricostruzione della nomenclaura presente sulla stele, raffrontata con altri indizi epigrafici, Golden e i suoi colleghi ritengono che l’insediamento sorse intorno al 750 a.C. e fu occupato per oltre 1.000 anni. Per quanto non si tratti del più potente dei regni Maya e i suoi resti siano modesti rispetto a siti più noti, come Chichen Itza e la vicina Palenque, Golden considera la scoperta un importante tassello nella comprensione della politica e dell’antica cultura Maya. Le iscrizioni su uno dei monumenti raccontano anche di un'epoca in cui almeno una parte della città fu data alle fiamme durante un conflitto con i regni vicini. È forse per questo che la città era circondata da un lato da torrenti e dall’altro da pareti molto ripide? Domande alle quali gli archeologi sperano di poter dare presto una risposta. Con il permesso del governo messicano e della comunità locale, Golden, Scherer e il resto del team hanno in programma di tornare a giugno, Covid-19 permettendo. Continueranno a mappare l’antica città usando, tra gli altri strumenti, una tecnica chiamata LIDAR (rilevamento e raggio di luce). Il laser montato su un aereo o un drone permetterà di rilevarne l’estensione topografica ed eventuali architetture nascoste dalla fitta giungla.

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