I NEANDERTHAL ERANO MAESTRI DEL FUOCO, LO SUGGERISCE LA CHIMICA DELLE CAVERNE


a cura della redazione (foto Nikola Solic/Reuters)

La presenza di idrocarburi all’interno di antichi focolari in una grotta abitata fino a 60.000 anni fa dimostrebbe che i Neanderthal conoscevano le tecniche per produrre e controllare il fuoco molto prima dell’Homo sapiens…

Sebbene si creda che solo l’Homo sapiens sapesse controllare il fuoco e sfruttarne il calore, la luce, la cottura, oltre ad utilizzarlo nella fabbricazione di utensili, una nuova ricerca indicherebbe il contrario. «Si presumeva che il fuoco fosse il dominio dell’Homo sapiens, ma ora sappiamo che altri antichi ominidi, come i Neanderthal, sapevano utilizzarlo. Quindi forse non siamo così speciali dopo tutto», ha confermato a Sci News Daniel Adler, ricercatore presso il Dipartimento di Antropologia dell’Università del Connecticut (USA), coautore dello studio, pubblicato il 25 Ottobre scorso su NatureIl report scientifico abbina l’analisi delle molecole di idrocarburi e isotopi causati dalle interazioni umane con il fuoco, depositate nella documentazione archeologica, a un’analisi degli indizi climatologici di decine di migliaia di anni fa. Il team interdisciplinare di ricercatori, provenienti dall’Armenia, dalla Gran Bretagna, dalla Spagna, e dagli Stati Uniti ha esaminato i campioni di sedimenti di una delle caverne di Lusakert nelle Highlands armene, dove i Neanderthal vivevano tra i 40.000 e i 60.000 anni fa. Come sede dell’indagine, gli studiosi hanno scelto la caverna n°1, ricca di residui di ossa animali, presumibilmente pasti consumati dagli ominidi, e di prove della produzione di strumenti. Fulcro principale dell’indagine è stato determinare la presenza d’Idrocarburi Policiclici Aromatici (IPA), rilasciati quando viene bruciato materiale organico. Di questi «gli IPA leggeri, sono soliti disperdersi e sono indicativi di incendi, mentre gli IPA pesanti, rimangono molto più vicini alla fonte che li ha generati», spiega Alex Brittingham, autore principale dello studio su Chemistry World. Durante i rilevamenti gli studiosi hanno, sorprendentemente, registrato tracce di una maggiore frequenza di IPA pesanti. Per confermare la propria ipotesi hanno cercato di escludere la possibilità di un clima instabile, causa principale dei fulmini e di  possibili incendi. Per fare ciò, gli scienziati hanno analizzato la composizione dell’isotopo d’idrogeno e carbonio delle cuticole cerose dei tessuti vegetali conservati nei sedimenti. La distribuzione di queste cere fogliari ha indicato loro il tipo di clima in cui crescevano le piante. «Per accedere sistematicamente a incendi causati naturalmente, sarebbero state necessarie condizioni che avrebbero prodotto fulmini a una frequenza relativa che avrebbero potuto innescare incendi. Invece, non siamo riusciti a trovare alcuna prova di un legame tra le condizioni paleoclimatiche generali e la documentazione geochimica del fuoco», ha affermato Michael Hren, dell’Università del Connecticut su NeuroScienceNews. Per Brittingham e i suoi colleghi, la ricerca condotta non solo rafforza l’ipotesi che i Neanderthal fossero in grado di controllare il fuoco, ma «smonta la teoria che la loro estinzione, avvenuta 40.000 anni fa, sia dovuta all’incapacità di utilizzare questo elemento». Prende sempre più piede, invece, l’ipotesi che ciò sia dovuto all’improvviso crollo del campo magnetico terrestre, durante l’Evento di Laschamp, che scese a circa il 25% del valore attuale, con il conseguente aumento di radiazioni ultra-violette (UVR), i cui effetti selezionarono i nostri antenati Cro-Magnon a scapito dei neanderthaliani. Lo studio condotto dal Cnr-Ismar e dall'Università della Florida è stato pubblicato a maggio su "Reviews of Geophysics”, e ipotizza una variante genetica di una proteina sensibile ai raggi UV, il recettore arilico (AhR), determinante nella selezione. «Il breve intervallo di tempo (circa 2000 anni) - si legge nel comunicato stampa ufficiale del Cnr - bastò a porre fine ai Neanderthal e sviluppare i nostri antenati Sapiens». La padronanza del fuoco da parte dei primi umani è un argomento “caldo". Uno studio del 2016 aveva suggerito che i Neanderthal usassero il diossido di manganese in polvere come “accendino” e uno studio del 2018, condotto dall’archeologo Andrew Sorensen, dell’Università di Leida, nei Paesi Bassi, aveva già ipotizzato che i segni distintivi sugli strumenti dei Neanderthal di circa 50.000 anni fa erano la prova dell’uso del fuoco. La nuova tecnica potrebbe confermare queste ipotesi e aiutare a determinare se l’uso del fuoco è sorto più di una volta: «La documentazione archeologica in nostro possesso, suggerisce uno sviluppo indipendente di diversi comportamenti, compreso l’addomesticamento degli animali - afferma Brittingham - la pirotecnica, dunque, potrebbe aver subito un processo simile ed essersi sviluppata in modo indipendente in diverse popolazioni paleolitiche». Un dimostrazione in può che quanto conosciamo sulla preistoria è solo una infinitesima parte di un processo in continua evoluzione...