IL CULTO ANCESTRALE DELL’ISOLA DI RAPA NUI


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Per anni, gli archeologi si sono chiesti perché misteriose statue di pietra punteggino un’isola sperduta nel Pacifico, una delle più remote del mondo, 3.540 chilometri a ovest dalla costa del Cile. Gli esploratori olandesi le hanno dato il nome dopo averla avvistata la domenica di Pasqua del 1722. Non c'è nulla di simile agli enormi moai che torreggiano il suo paesaggio in nessun'altra parte del mondo. Quando l’alba si schiude sull’Isola di Pasqua, sono loro che per primi salutano il Sole. I più famosi sono i Tongariki, 15 moai scolpiti nella roccia vulcanica, posti su una piattaforma di pietra chiamata “ahu”. Il più alto è quasi 9 metri. Stanno in piedi come strane sentinelle silenziose rivolte verso il mare, a guardia di quella la terra e della sua gente. Sull’isola, che è poco più piccola di Milano, se ne trovano almeno un migliaio sparsi. Molti sono ancora sepolti sottoterra, ma per i discendenti di coloro che li hanno costruiti, questi sono molto più che statue di pietra, sono rami immortali di un antico albero genealogico.

VIDEO: CBS News, 21 Aprile

Gli indigeni qui credono che i loro antenati e le loro famiglie siano rappresentati da gruppi specifici di moai. Il sindaco dell’isola, Pedro Edmunds Paoa, intervistato dal corrispondente di CBS News, Anderson Cooper, spiega che il suo antenato si trova in un sito chiamato “Tahai”. “La mia genealogia - dice - si ramifica qui 85 volte, coprendo più di mille anni”. Nessuno sa con certezza quando l’Isola di Pasqua sia stata popolata dall’uomo, ma si ipotizza che sia avvenuto tra gli 800 e i 1200 anni fa. Le prove archeologiche indicano che gli autoctoni locali sono giunti da un'isola sconosciuta della Polinesia, un pericoloso viaggio attraverso più di 1.500 chilometri di oceano aperto.

Quei primi coloni portarono con sé la loro tradizione di intaglio e la cultura ancestrale del "Tangata Manu”, l'Uomo Uccello cui era dedicato un rituale che si teneva annualmente per raccogliere il primo uovo depositato dal manu tara, che nidificava sugli isolotti vicini (motu nui). Una competizione che aveva una valenza “sacrificale”. I concorrenti venivano rivelati in sogno o da profezie. Ciascun partecipante doveva nominare un hopu che nuotasse verso i motu nui, prendesse l’uovo e lo riportasse a Orongo. La gara era davvero pericolosa e molti hopu venivano uccisi dagli squali o annegavano. Il vincitore doveva presentare l'uovo al suo protettore. Con la testa rasata, dipinta di bianco e rosso, veniva dichiarato il nuovo “Tangata-Manu", reso sacro per i successivi 5 mesi. Gli veniva dato un nuovo nome e veniva isolato per un anno in una dimora per cerimonie. Un rituale iniziatico, che identificava il Re che doveva guidare la comunità. Il simbolo dell'uomo alato, infatti, in tutte le culture rappresenta lo Spirito che si manifesta, è l’unione tra Cielo e Terra. Colui che superava questa prova veniva, dunque, considerato un "Messaggero degli Dèi", in linea con tutte le tradizioni del mondo che identificano nel messaggero l’unione tra questi due livelli, e quindi tra un essere terrestre, in questo caso l’uomo, e un essere celeste, l’uccello, come avviene per gli Antichi Egizi, per i Vigilanti della Bibbia, per il Quetzalcoatl, il serpente piumato delle culture amerindie. Se i moai erano eretti per rappresentare gli antenati, l’Uomo Uccello divenne il culto e il mezzo attraverso il quel gli antenati si manifestavano alla popolazione. Rapa Noi è considerata un’isola permeata da una forza mistica, il “Mana”. Paoa spiega che il “Mana is- is- is- è indescrivibile, ma se dovessimo definirlo con il linguaggio moderno potremmo dire che è Conoscenza. Potrebbe essere interpretato come Saggezza, un'Energia che ti dà forza. E i moai hanno ancora il Mana, perché hanno un’Anima. Sono vivi!”. Secondo la leggenda, quando gli isolani morivano, il loro mana scorreva fuori dai corpi nel moai familiare.Il mana è qui, è immanente - prosegue Paoa - è un concetto difficile da immaginare per chi è abituato a vivere nella città. Chi crede nel Mana dice che non è solo nei moai, può essere trovato in ogni cosa: nelle onde che costantemente precipitano a terra, nel terreno roccioso e nell’erba verde che ricopre l'isola”. Per Jo Anne Van Tilburg, professoressa di archeologia dell'UCLA, “questi oggetti, posti nel bel mezzo di ciò che sembra un paesaggio arido, ti parlano, ti attirano, ti fanno venire voglia di saperne di più. Penso che questo sia il loro potere”. Jo Anneè è venuta qui per quasi 40 anni, lavorando con ricercatori e artisti locali, scavando e catalogando le statue, cercando di capire i misteri e ciò che lei chiama, la magia del moai. “Per imparare i loro segreti - spiega - devi iniziare a indagare sul luogo dove sono stati fatti. Attorno alla bocca di un vulcano spento. Questa è l’antica cava di Rano Raraku. Ci sono circa 400 moai qui, più che in qualsiasi altro posto sull’isola. Il più grande, mai sollevato è lungo quasi 21 metri e pesa almeno 250 tonnellate, come un aereo carico di passeggeri”.

Basandosi sugli scavi condotti da Van Tilburg e altri archeologi, e analizzando campioni di suolo e oggetti trovati attorno alle statue, oggi si ritiene che il periodo della costruzione dei moai fosse tra il 1300 e metà del 1400, sebbene gli isolani abbiano continuato a scolpirne fino al 1722 o poco dopo il primo contatto con gli europei. Quando nel 1914 fu effettuato il primo rilevamento archeologico sull'isola, tutti i moai, tranne quelli nella cava, furono trovati distesi a terra. Ci sono diverse teorie plausibili su come siano arrivati lì. Certe statue possono essere semplicemente cadute a. causa dell'abbandono, altre sono state rovesciate dai terremoti e alcune sono state volutamente abbattute durante i combattimenti tra gruppi familiari in competizione. Oggi alcuni moai sono parzialmente visibili, solo le loro famose facce sporgono dal terreno, il resto dei loro corpi sono sepolti sotto sedimenti formatisi naturalmente nel corso dei secoli. “Ciò che vediamo è circa un terzo dell’intera statua di pietra - sottolinea Van Tilburg - due terzi sono sotto terra in realtà”. A prima vista i moai sembrano tutti uguali, ma Van Tilburg dice che non è così: "Sono diversi nella linea della loro bocca. Sono diversi nelle loro dimensioni e nella forma. Sono diversi nelle loro espressioni, sia che la testa sia inclinata o leggermente abbassata o lateralmente, e alcuni sono incompiuti”. I visitatori hanno a lungo dibattuto su come siono stati fatti. Van Tilburg dice che esistono migliaia di strumenti per intagliare la pietra sparsi in tutta la cava. “Sono di un materiale piuttosto poroso” sottolinea, mostrando un piccolo pezzo di morbida roccia vulcanica (tufo). "Il mistero è come siano stati spostati. La magia da sola non poteva spostare il moai dalla cava ai siti sulla costa, che in alcuni casi si trovano a più di 13 chilometri di distanza. Ciò ha richiesto muscoli e ingegnosità. L’archeologa ipotizza che furono adagiati orizzontalmente e trascinati su tronchi” aggiunge. Eppure una leggenda dell'isola dice che "le statue camminavano", e alcuni archeologi hanno anche testato questa teoria, spostando i moai in posizione verticale e facendoli oscillare lentamente avanti e indietro. Qualcuno ipotizza persino una genesi “extraterrestre”. L'isola di Pasqua fu annessa dal Cile nel 1888. La metà delle persone che ora vivono qui sono immigrati cileni. L’altra metà sono discendenti moderni degli originari coloni polinesiani. Il suo vero nome è Rapa Nui, un isola vulcanica formatasi circa 3 milioni di anni fa. Qui ci sono 3 vulcani dormienti che dominano il paesaggio. Nessuno sa esattamente quanti siti archeologici ci siano sull'isola, ma questo posto è come un museo vivente, costantemente martoriato dal sole, dal vento e dalla pioggia.