L’USO RITUALE DELLA METALLURGIA IN SUDAFRICA


Ancient Origins, 12 Ottobre

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Sepolto per secoli prima di essere scoperto su una collina di arenaria, esiste un tesoro antico oggi custodito presso il Javett-UP Art Center nel cuore di Pretoria, sede della Collezione dei tesori nazionali del Mapungubwe e della Collezione AngloGold Ashanti Barbier-Mueller. Una mostra permanente, inaugurata il 24 settembre scorso grazie a una joint venture tra la Fondazione Javett e l’Università di Pretoria, che svela l’esistenza di remoti rituali, legati a possibili culti divinatori e iniziatici.

La collina di Mapungubwe, che significa “Collina dello Sciacallo”, è considerata un luogo mistico dagli abitanti del Sudafrica. Si trova vicino alla confluenza dei fiumi Shashe e Limpopo, al confinie tra lo Zimbabwe e il Botswana. Qui, secondo gli studiosi, una società presumibilmente dell'età del ferro, la comunità Zhizo-Leokwe, si stabilì presumibilmente nel 900-1000 d.C., dando origine a un importante insediamento, abbandonato inspiegabilmente poco dopo nel 1330 d.C.. Molto prima della colonizzazione, dunque, intorno a questa altura che fiorì un popolo altamente sofisticato, dedito al commercio di oro e di avorio con Cina, India ed Egitto. Per il professor Thomas Huffman, del Dipartimento di Archeologia dell’Università di Witwatersrand, “Mapungubwe rappresenta la società più complessa dell’Africa meridionale ed è la radice delle Origini della cultura dello Zimbabwe”. 

A causa della mancanza di fonti scritte, la nostra conoscenza di Mapungubwe dipende dalle prove archeologiche disponibili. Non è chiaro quando fu fondato tale regno: una fonte suggerisce intorno al 900 d.C., mentre un'altra intorno alla metà dell'XI secolo d.C., ma potrebbe essere nato prima. Poco distante, infatti, si trova il sito gemello di Bambadyanalo, un insediamento che gli studiosi ritengono essere antecedente. I racconti orali locali, comunque, supportano le prove etnografiche e storiche che si tratta di un luogo speciale. La collina è lunga 300 m, larga ad un'estremità, rastremata dall'altra. È accessibile solo attraverso due sentieri molto ripidi e stretti che si snodano verso la cima, eppure duemila tonnellate di terreno sono state trasportate artificialmente in cima da un popolo preistorico di identità sconosciuta. 

L'indagine archeologica ha scoperto nelle adiacenze i resti di numerose abitazioni, costruite sulle rovine di predecessori per molte generazioni, dando luogo a una serie di fasi abitative. La peculiarità del sito, dove è stata riscontrata una chiara divisione in classi sociali, segno evidente di una civiltà evoluta e gerarchizzata, è l’area sepolcrale sovrastante il villaggio, dove sono stati rinvenuti innumerevoli manufatti d’oro dall’intrigante valore simbolico. “L’oro è un elemento prezioso, che la tradizione locale tramanda provenisse dal Sole e dagli Dèi e possedesse poteri soprannaturali”, spiega il direttore del Javett-UP Art Center, Christopher Till. Un metallo magico, di cui echeggiano le leggende del re Salomone, della regina di Saba, del Prete Gianni, di Mansa Musa e delle civiltà del Grande Zimbabwe. Trasportato attraverso il Sahara, lungo il Nilo attraverso il Mar Mediterraneo e attraverso la vasta rete commerciale dell'Oceano Indiano della costa orientale, l'oro africano era il simbolo di un grande potere.

"Solo il re o il capo che comunicava con gli antenati a nome del popolo poteva incanalare adeguatamente questi poteri, mediarli e controllare il giusto ordine delle cose temporali e spirituali”, prosegue Till. Nel suo complesso il sito collinare ospita un totale di ventitrè tombe. Di queste, tre assumono un valore particolare, soprattutto per la posizione eretta nella quale sono stati trovati i corpi in esse sepolti, probabilmente membri dell’élite locale. Di fatto, la collezione di Mapungubwe fa parte del corredo funerario associato a tali sepolture. La prima, nota come “Sepoltura dell'Oro Originale”, fu scoperta nel 1932 ed è datata, in base alle indagini al radiocarbonio, tra il 1250 e il 1290 d.C.. La tomba conteneva diverse figure di animali tra cui un rinoceronte, un bovino e un felino d’oro. Lo stesso tipo di immagini, simboli e forme si trovano sul bordo e sulla base di una vecchia ciotola divinante attualmente a Groote Schuur a Città del Capo, così come sulle ciotole divinatorie BaVenda legate alla Cosmogonia e alla Geomitologia del Grande Zimbabwe. 

Da un punto di vista iconografico e stilistico, i numerosi frammenti della collezione d'oro Mapungubwe dell'Università di Pretoria supportano l'idea che fossero tutti parte di un unico oggetto sorgente. Poiché l'uso di ciotole divinatorie ha sempre fatto parte di un'antica tradizione tra i divinatori di BaKaranga o Shona occidentale, BaVenda e VaLemba, sembra ragionevole sostenere che un tale oggetto sorgente dovrebbe essere una ciotola divinatoria e l'analisi dei manufatti sembra portare questa conclusione. Il bovino e il felino, infatti, sono quasi della stessa dimensione, i loro corpi sono curvi, hanno i piedi arcuati con piccoli fori di virata alle loro basi, come se fossero frammenti un tempo attaccati a un singolo oggetto, forse proprio una ciotola divinatoria in legno, che si è disintegrata nel tempo.

Un simile presupposto pone molti interrogativi su chi potessero essere gli occupanti originali di Mapungubwe, una collina che nei secoli ha sempre goduto del timore reverenziale degli autoctoni. Forse, in un lontano passato, era un importante centro della divinazione africana. La seconda tomba, nota come “Sepoltura dello Scettro”, è stata scavata dagli archeologi nel 1934. Questa sepoltura, rivolta a Ovest, è stata soprannominata la “Tomba del Re”. L’individuo sepolto qui è stato rinvenuto in posizione seduta, con le braccia conserte davanti, le ginocchia tirate verso il petto e con la mano destra che stringe uno scettro d’oro, simile a un “fungo”, è costituito da due parti: uno stelo attorcigliato longitudinale, formato da una lamina d’oro sottile, sovrastato da una manopola decorativa o pinna di forma circolare.

La terza sepoltura è la più ricca di tutte e vanta ben tre chilogrammi di gioielli. Tra i beni tombali spiccano: 100 cavigliere a spirale, 12.000 perle e una lamina decorativa. I bracciali a spirale sono stati fabbricati piegando strisce molto sottili (± tra i 0,5 e i 0,7 millimetri) di filo d’oro attorno a fibra vegetale organica, formando un anello flessibile e intrecciato. In alcuni casi, due strisce di filo d’oro sono state arrotolate insieme per diversi giri. "Nella cultura tradizionale di Venda, bracciali a filo simili conosciuti come 'vhukunda tshoshane' sono dati per celebrare eventi significativi come l'iniziazione o il matrimonio”, sottolinea la dott.ssa Sian Tiley Nel, curatrice della collezione. Oggetti ralizzati con tecniche di forgiatura incredibili che dimostrerebbero l’esistenza di una civiltà dalle conoscenze avanzate, non solo per la lavorazione del filo e la granulazione, ma anche per la fusione a cera e l’abilità delle cesellature in filigrana.

La caratteristica più sorprendente di tali ornamenti è la ricchezza delle sue proverbiali immagini, che al di là del ruolo decorativo, è diventato un intrigante indizio, per gli studiosi, di una precisa funzione simbolica. Leigh Bregman, della Fondazione Javett, è convinto che le figure scelte e l’uso dell’oro avessero molto più che una mera funzione decorativa e che  non siano solo un riflesso delle capacità tecnologiche e di lavorazione del metallo del popolo che visse a Mapungubwe: “I significati e le metafore associati suggeriscono l’implicito potere spirituale che si riconosceva a quegli oggetti e l’uso rituale della metallurgia indigena”, ribadisce.