LE STELLE DEL TEMPO DI SOGNO


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Intervista a cura di Adriano Forgione

In apertura, la foto dell’Emù inciso sulle rocce di Ku-ring-gai e la sua controparte celeste, la Via Lattea. Foto di Barnaby Norris

Per decine di millenni gli Aborigeni hanno vissuto sotto il chiaro cielo stellato d’Australia a contatto con il movimento degli astri e del fiume celeste della Via Lattea. Occhi che hanno guardato al cielo e codificato miti e rituali in sincronia con le stelle. Un mondo nato dal Tempo di Sogno, nel quale il cielo era visto come una delle sue impronte. L’astrofisico Ray Norris sta realizzando affascinanti scoperte sui cieli dei miti australiani, a contatto con sciamani e racconti del Tempo di Sogno. Ne parla in esclusiva per FENIX...

ACQUISTA ORAQuando si parla di Australia è automatico pensare agli Aborigeni, a quell’insieme di popoli autoctoni che per decine di millenni hanno calcato quel suolo che, ancora oggi, ritengono sacro, formando una civiltà basata sulla “mente collettiva”, sul concetto sciamanico del Tempo di Sogno, un tempo primigenio esistente prima della creazione del Mondo. Oltre 400 culture aborigene esistevano prima dell’arrivo degli europei, ognuna con i suoi miti, tradizioni, rituali e conoscenze astronomiche. Purtroppo questo contatto ha sradicato questa gente dalle sue tradizioni ancestrali, li ha resi vittime di un’amnesia collettiva, incrementata dalle droghe e dall’alcool, e ne minaccia quotidianamente la sopravvivenza. Del Tempo di Sogno ci resta resta la vibrazione di un tempo mitico che riecheggia nei loro Didjeridoo, ci resta Uluru, per gli Occidentali Ayers Rock, sacra montagna che si eleva in un’enorme pianura di chilometri di estesione, ci restano i “custodi” dei racconti designati per generazione dai gruppi tribali sempre più scarsi e ci restano ancora i petroglifi dei Wondjina, gli esseri mitici e metafisici, messaggeri di una realtà superiore. In questo contesto affascinante ma che rischia di scomparire per sempre, alcuni occidentali stanno cercando di tracciare un solco per catalogare gli antichi miti celesti aborigeni affinché restino in eredità alle future generazioni degli originari custodi di questa terra, uno su tutti, Ray Norris astrofisico del CSIRO Australia Telescope National Facility. Nel 1983 si è trasferito in Australia, dove porta avanti ricerche sulla formazione ed evoluzione delle prime galassie, nonché sull’astronomia degli Aborigeni australiani. Attualmente professore aggiunto al Dipartimento di Studi Indigeni della Macquarie University (Warawara), ha accettato di parlare con FENIX dell’astronomia aborigena e dei miti celesti, raccolti grazie ad un progetto da lui fondato, l’Aboriginal Astronomy Projecte che ha già rivelato sorprendenti analogie con i miti e l’astronomia del nostro mondo antico classico.«La parola “astronomia” implica Ray Norris, astrofisico del CSIRO Australia Telescope National Facility. Studia da tempo l’antica astronomia tradizionale degli aborigeniuna ricerca per capire il cielo, fare domande sul movimento del Sole e della Luna, per analizzare cosa potrebbe causare fenomeni come eclissi o comete e per chiedere se eventi celesti siano connessi con quelli terrestri», ci ha detto Norris. «L’intento di questo progetto è di comprendere se esistono prove di tale profondo interesse fra i tradizionali popoli aborigeni. Esso punta a documentare le loro storie e cerimonie e quanto delle tradizioni astronomiche possa essere riferito a una persona bianca non iniziata. In secondo luogo si focalizza sull’analisi e sui documenti delle incisioni su pietra. L’astronomia aborigena considera come gli oggetti nel cielo notturno rappresentino eventi o personaggi nelle storie del Tempo di Sogno e tocca solo brevemente applicazioni pratiche o interpretazioni dei moti celesti».Incisione dell’Emù del Kuring-gai

A.F.:Parliamo dunque di quest’astronomia aborigena. Che relazione c’è tra i miti aborigeni e le costellazioni del cielo?

R.N.: «Fra le 400 culture indigene presenti in Australia, ognuna con la sua distinta mitologia, le sue cerimonie e forme d’arte, si delinea un forte interesse per il cielo notturno. Siccome le culture aborigene si sono sviluppate ininterrottamente per 50.000 anni o più, è stato suggerito che i popoli aborigeni australiani siano stati i primi astronomi del mondo. Questa argomentazione si appoggia su due ipotesi: una è che i popoli australiani praticassero l’astronomia e la seconda è che queste pratiche si siano prolungate per 50.000 anni. Il progetto ha l’intento di testare la prima ipotesi in un modo sistematico».

A.F.:Hai appena detto che gli aborigeni furono i “primi astronomi”. Come ottennero questa affascinante conoscenza?

R.N.:«In realtà non volevo dire questo ma sto lavorando per cercare di capire se sia così o meno. Se è vero, essi hanno elaborato la propria conoscenza da soli».

A.F.:Parliamo dell’Emù. Puoi narrarci il suo mito, la storia dell’Emù e che relazione c’è tra Emù e Via Lattea?

R.N.: «Molti gruppi aborigeni presentano storie sul Sacco di Carbone, la famosa fessura oscura (dark rift) della Via Lattea, vicina alla Croce del Sud. Qualcuno lo vede come la testa di un giudice, o un opossum su un albero, ma molti gruppi raccontano storie di un grande emù, un grosso uccello australiano, la cui testa è il Sacco di Carbone, e di cui il collo, il corpo e le gambe sono formati da sentieri di polvere che attraversano la Via Lattea. È facile distinguere l’emù in un cieloscuro autunnale e, una volta che lo hai visto, la Via Lattea non sembrerà più la stessa. Uno dei siti piùbelli del Ku-ring-gai Chase National Park, vicino all’Elvina Track, mostra il petroglifo di un emù finemente inciso. Qualche anno fa, Hugh Cairns dell’Università di Sidney ha rilevato che questa incisione assomiglia più all’emù nel cielo che a un vero emù. Inoltre, gli artisti aborigeni hanno inciso l’immagine in allineamento con l’emù nel cielo, come si presenta quando i veri emù depongono le uova. 

Il paragone evidenzia le analogie tra il petroglifo di questo grande uccello australiano e la silouhette della Via Lattea vista dal Chase National Park. Questa relazione conferma le leggende a sfondo astronomico degli aborigeni australiani. Foto © Barnaby Norris

Per rendere visibile questa relazione abbiamo deciso di fotografare l’incisione e di sovrapporre l’emù nel cielo. La nostra tecnica di flash a basso angolo ha ritratto l’incisione. Per quanto riguarda l’emù celeste, poiché il cielo notturno presso il sito di Elvina Track è ora disturbato dalle luci di Sidney, abbiamo deciso di fotografarlo da Siding Spring Mountain. Un’ulteriore sfida era che l’emù si estende per metà del cielo, pertanto non entra nel campo visivo di una normale lente. Abbiamo quindi realizzato un mosaico di immagini più piccole che abbiamo potuto mettere insieme grazie a un software che ha anche corretto la rotazione del cielo. Ci sono voluti due mesi per assemblare le centinaia di immagini al fine di offrire vera forma alla figura vista dall’occhio umano, dal sito di Elvina Track. Il risultato è magnifico».

A.F.: So che la costellazione di Orione, così importante nel mondo mitologico occidentale, assume grande importanza anche nella tradizione aborigena...

Orione e la sua cinura visti come Djulpan, in relazione alla leggenda celeste della canoa e dei tre fratelli del clan Nulkal. Il pesce è la Nebulosa di OrioneR.N.:«La costellazione di Orione è anche conosciuta in Australia come “La Pentola”. Il popolo degli Yolngu del territorio del Nord la conosce invece come Djulpan, “la Canoa”. Osserva le tre stelle che formano una linea, che nella mitologia greca classica rappresenta la cintura di Orione. Sopra c’è la famosa nebulosa di Orione, solo 1.000 anni luce lontana da noi, dove nuove stelle stanno nascendo. La mitologia greca dice che questa è la spada di Orione, sopra la sua cintura, poiché egli poggia sulla sua testa se visto dall’Australia! In basso a destra (il remo della canoa) si trova la stella gigante rossa Betelgeuse, e in alto a sinistra (la poppa della canoa) c’è Rigel. Queste sono rispettivamente la mano e il piede di Orione. Una tradizionale storia Yolngu racconta come tre fratelli del clan Nulkal, il kingfish, un pesce del Pacifico, andarono a pesca, ma tutto ciò che potevano catturare erano pesci nulkal.Essendo loro nel clan del nulkal, la loro tradizione ne proibiva il cibarsene, quindi dovettero ributtarli in acqua. In verità, uno dei fratelli era talmente affamato che decise di contravvenire alla legge, così catturò e mangiò un nulkal. La donna Sole (Walu) lo vide e si arrabbiò a tal punto da generare una tromba d’acqua che li fece schiantare nel cielo, dove si possono ancora vedere come le tre stelle della cintura di Orione nel centro della canoa, e la nebulosa di Orione è il pesce che traccia il suo percorso nell’acqua. Quindi questa costellazione è un monito affinché la legge non venga infranta! Il popolo dei Kuwema, vicino Katherine nel territorio del Nord, sapeva che quando Orione sorgeva nel primo mattino d’inverno, i dingo iniziavano ad accoppiarsi e avrebbero partorito cuccioli, che erano un’importante fonte di sostentamento per il popolo Kuwema».

A.F.: Qual era la conoscenza dei cicli lunari tra gli Aborigeni?

La Via Lattea raffigurata in questo pannello aborigeno in base ai simboili della leggenda dei gemelli e della barca. Il terzo gemello, invisibile nell’immagine, è nella piccola mandorla nera e senza stelle, corrispondente alla “dark rift” della Via LatteaR.N.:«Nella maggior parte delle culture aborigene la Luna è maschile e il Sole è femminile. Per esempio, gli Yolngu di Arnhem Land, nell’estremo Nord dell’Australia, raccontano come Walu, la donna Sole, accenda un piccolo fuoco ogni giorno, che noi vediamo come alba. Ella decora se stessa con ocra rossa, un po’della quale si riversa nelle nuvole, creando l’alba. Quindi accende la sua torcia, fatta di corteccia essiccata, e viaggia attraverso il cielo da Est a Ovest, portando la sua torcia accesa, creando la luce del giorno. Quando ella scende alla fine del suo viaggio, ancora parte dell’ocra rossa spolvera le nuvole per generare il tramonto.Raggiungendo l’orizzonte occidentale, ella spegne la sua torcia e comincia il suo lungo viaggio sotterraneo a ritroso, fino al campo del mattino a Est. Così gli Yolngu spiegano il movimento quotidiano del Sole attraverso il cielo e indietro ancora sotto terra. Gli Yolngu chiamano la Luna “Ngalindi”, che è maschile, che compie un altro viaggio attraverso il cielo. Originariamente egli era un uomo grasso e pigro (corrispondente alla Luna piena) pertanto era punito dalle sue mogli che lo colpivano con le proprie asce producendo la Luna calante. Egli riuscì a scappare arrampicandosi su un alto albero per seguire il Sole, ma venne ferito gravemente e morì (Luna nuova). Dopo essere rimasto senza vita per tre giorni, sorse di nuovo, diventando rotondo e grasso (la Luna crescente), finché, dopo due settimane, le sue mogli non lo attaccarono di nuovo. Il ciclo si ripete ogni mese. Finché Ngalindi moriva per primo, tutti sulla Terra erano immortali, ma egli maledì uomini e animali, cosicché lui solo potè tornare in vita. Per chiunque altro la morte da lì in avanti sarebbe stata definitiva. Ma le storie di Arnhem Land vanno molto oltre, spiegando anche perché la Luna è associata con le maree. Quando la marea è alta, l’acqua riempie la Luna che cresce. Quando l’acqua viene a mancare dalla Luna, la marea scende, lasciando la Luna vuota per tre giorni. Quindi la marea sale ancora una volta, riempiendo la Luna. Pertanto, sebbene il meccanismo sia un po’differente dalla nostra versione moderna, il popolo Yolngu ovviamente aveva una comprensione eccellente dei movimenti della Luna e delle sue relazioni con le maree».

A.F.:  L’eclisse è un fenomeno importante in tutte le culture. Che significato gli davano gli aborigeni?

Un emù, uccello che nella tradizione aborigena era associato alla Via Lattea, inciso su una roccia di Terrey Hills. Norris non è certo, però, che si tratti di un’incisione aborigenaR.N.: «Il popolo Warlpiri spiega l’eclisse solare come la donna Sole nascosta dall’uomo Luna, quando fanno l’amore. D’altro canto, un’eclisse lunare avviene quando l’uomo Luna è minacciato dalla donna Sole, che lo sta inseguendo e forse raggiungendo. Queste due storie dimostrano la comprensione che le eclissi sono causate dalla congiunzione fra il Sole e la Luna, che si muovono in differenti percorsi attraverso il cielo, intersecandosi occasionalmente. Questa consapevolezza è presente in diversi altri gruppi di linguaggio».

A.F.: Nella tua ricerca hai mai trovato relazioni tra le storie aborigene relative ai miti celesti e le storie mitologiche del mondo antico occidentale?

R.N.:«Sì. Per esempio troviamo storie simili su Orione (il Cacciatore nella mitologia greca) e le Pleiadi (sette sorelle nella mitologia greca). In molti gruppi aborigeni vi sono storie simili, dove le Pleiadi sono un gruppo di sorelle che vengono inseguite da un giovane uomo o gruppo di giovani uomini in Orione. Queste storie sembrano retrodatare l’arrivo degli Europei e quindi è stupefacente che due gruppi di persone in luoghi opposti del mondo siano arrivati alla stessa storia per una particolare zona del cielo. Perché è così? Lo è perché le costellazioni appaiono “maschio” e “femmina” a tutte le culture, oppure perché si tratta di antiche storie risalenti al 100.000 a.C., quando gli antenati dell’Uomo moderno, inclusi Europei e Aborigeni Australiani, si spostarono dall’Africa?».

A.F.: Esistono storie aborigene circa comete o meteoriti che cadono sulla Terra? Come vennero codificate?

Coppelle incise come la Cintura di Orione presso il sito di Woy Woy. Foto © Ray NorrisR.N.:«Vi sono molti racconti di comete e meteoriti, che ci sono giunti attraverso la tradizione orale. Per esempio, il popolo dei Wardaman sostiene che le meteore siano degli spiriti che ritornano sulla Terra per reincarnarsi. Sono gli spiriti di persone che una volta morte sono andate in cielo, dove appaiono come stelle nella Via Lattea, prima di tornare sulla Terra. Qualche volta, le meteore sono pietre gettate da uno spirito malefico nel cielo. Ma usualmente, esse sono connesse con la morte – a volte in maniera buona, altre cattiva. Le comete sono usualmente cattive. Per esempio, la cometa del 1843 venne vista dagli Aborigeni vicino Adelaide come una maledizione mandata dagli stregoni del Nord per annientare l’uomo bianco appena giunto».

A.F.: Hai ravvisato tale conoscenza astronomica anche negli incredibili dipinti sciamanici di queste culture?

R.N.:«Sulle sponde del fiume Murray, a Nord di Adelaide, vi è un sito chiamato Ngaut Ngaut. Esso appartiene al popolo di Nganguraku e reca incise immagini del Sole e della Luna, a testimonianza delle sue connessioni astronomiche. Vicina alle incisioni vi è una serie di punti e linee scolpiti nella roccia, che, secondo i tradizionali proprietari, mostra il “ciclo della Luna”. Questa tradizione orale è stata tramandata attraverso generazioni di padre in figlio, ma da quando le cerimonie di iniziazione vennero proibite (insieme al linguaggio Nganguraku) dai missionari cristiani, più di cento anni fa, sopravvive solo questo frammento di conoscenza e non si sa esattamente cosa significhino i simboli. La ricca testimonianza incisa sulle mura di Ngaut Ngaut si è lungamente opposta ai tentativi di decodificazione. Quindi, per il momento possiamo etichettarla come prova interessante, ma non conclusiva, dell’astronomia aborigena».

A.F.: In Europa restano dal passato antiche strutture megalitiche di calcolo del tempo allineate a solstizi e costellazioni. Ne avete riscontrate anche nella storia aborigena? 

Incisione calendario lunare di Ngaut NgautR.N.:«Sì,il complesso di pietra di Wurdi Youang, presso Victoria. Venne costruito dal popolo Wathaurung prima dell’insediamento europeo, ma tutte le testimonianze sul suo utilizzo sono ora scomparse. Questo anello di pietre a forma di uovo, di circa 50 m di diametro, ha il suo asse maggiore quasi esattamente nella direzione Est-Ovest. Nella parte terminale occidentale, nel punto più alto del circolo, vi sono tre massicce pietre alte fino alla cintola. Morieson ha fatto notare che alcune pietre periferiche a Ovest del circolo, come lo si osserva da queste tre pietre, sembrano indicare le posizioni al tramonto del Sole durante equinozi e solstizi. Personalmente ho confermato questi allineamenti e mostrato che anche i lati dritti del circolo indicano i solstizi. Comunque uno scettico potrebbe ancora sollevare dei dubbi. Primo, le pietre esterne sono accurate solo per pochi gradi, dunque questi allineamenti potrebbero essere frutto del caso? Secondo, sebbene le pietre del circolo siano grosse e irremovibili, quelle esterne sono piccole e potrebbero essere state spostate. Terzo, accanto alle pietre esterne indicanti solstizi ed equinozi, vi è un ulteriore elemento esterno il cui significato non è chiaro. Seppure questi dubbi possano sembrare forzati, devono avere risposta, e il miglior modo per farlo sarebbe dunque trovare un altro sito con simili allineamenti astronomici. Coppelle incise sulle rocce del sito chiamato Elvina Track presso il Parco del Kuringai. Foto © Ray NorrisAltri complessi di pietra a Vittoria indicano anche i punti cardinali, da cui possiamo concludere che i popoli aborigeni conoscevano queste direzioni con una certa precisione, presumibilmente osservando corpi celesti. Ma vi sono altri luoghi che puntano alla posizione dei solstizi? La ricerca continua. I calendari aborigeni tendono a essere più complessi di quelli europei e quelli a Nord dell’Australia sono spesso basati su sei stagioni. Alcuni gruppi aborigeni li indicano in termini di stelle che appaiono durante queste stagioni. Per esempio, il popolo Pitjantjatjara dice che lasalita delle Pleiadi nel cielo del mattino a Maggio annuncia l’inizio dell’inverno. Cosa anche più importante, la levata eliaca di una stella, o costellazione, può dire alla gente quando è ora di muoversi verso una nuova fonte di cibo. Per esempio, quando appare a Marzo la costellazione della Lyra, che gli aborigeni associano al megapodio del Vallee, un gallinaceo locale. Il popolo Boorong di Victoria sa che l’animale è sul punto di costruire i suoi nidi e, quando la Lyra scompare a Ottobre, le uova sono deposte e pronte per essere raccolte. Similmente, la comparsa della costellazione dello Scorpione dice al popolo Yolngu che il pescatore di Macassan (Indonesia) potrebbe presto arrivare per pescare il Trepang (una sorta di grossa lumaca marina).

La montagna sacra chiamata Uluru (o Ayers Rock per gli Occidentali)

A.F.: Un corpo celeste fondamentale nel mito occidentale è Venere. Tra gli Aborigeni? R.N.:«Gli Yolngu chiamano il pianeta Venere “Banumbirr” e raccontano di come ella venne attraverso il mare da Est nel Tempo di Sogno, nominando e creando animali e terre quando toccava la linea di costa. Continuava a viaggiare verso Ovest via terra, lasciando come eredità una delle “Vie del Canto”, che sono importanti nelle culture aborigene. In un’importante e bellissima Cerimonia della Stella del Mattino, gli Yolngu comunicano con i loro antenati viventi nell’isola della morte, Baralku, con l’aiuto di Banumbirr, Venere, e di strumenti rituali, paletti con un ciuffo di piume d’anatra in cima. La cerimoniaRICHIEDI ARRETRATO comincia al tramonto e prosegue durante la notte, raggiungendo un climax quando Banumbirr sorge poche ore prima dell’alba. Si dice che ella trascini una fune leggera dietro di lei, con la quale vengono inviati dei messaggi e che impedisce che lei scappi dal Sole. Questa linea leggera nel cielo è probabilmente la luce zodiacale, che è causata da polvere extraterrestre nel piano del Sistema Solare. Sebbene sia difficile da vedere per la maggior parte di noi, nei nostri cieli inquinati, è facilmente visibile nei limpidi cieli scuri e a bassa latitudine di Arnhem Land. La cerimonia della Stella del Mattino ci riferisce due importanti cose. Una è che il popolo Yolngu aveva già osservato che Venere non vaga mai lontano dal Sole, cosa che essi spiegano in termini di fune che unisce i due corpi – un legame che Isaac Newton chiamò gravità. L’altra è che la cerimonia della Stella del Mattino deve essere pianificata bene in anticipo, in quanto Venere sorge poche ore prima dell’alba solo in certi momenti dell’anno, che variano di anno in anno. Quindi gli Yolngu tracciano anche il complesso moto di Venere, sufficientemente bene da stabilire quando officiare la Cerimonia della Stella del Mattino».

A.F.: Dato che stai raccogliendo materiale sui miti aborigeni, ti sei mai imbattuto in qualche mito relativo a una catastrofe passata, dovuta a un evento celeste e di interesse planetario, come il diluvio per l’Occidente?

R.N.:«Vi sono storie di antiche alluvioni presso gli Aborigeni ed è interessante speculare su cosa siano basati. Forse le inondazioni alla fine dell’Era Glaciale?».

A.F.: La stessa domanda al futuro. Gli Aborigeni hanno profezie basate su visioni di future catastrofi? 

R.N.:«No, non so di eventuali profezie aborigene sul futuro. Nel sistema di credenza degli Aborigeni la vita è vista più come un continuum o ciclo, senza le marcate distinzioni fra passato, presente e futuro, tipiche delle culture europee».

A.F.: Quali sono i tuoi prossimi progetti?

R.N.:«Ci sono indizi crescenti che i popoli Aborigeni possedessero una conoscenza del cielo molto più ricca e profonda di quanto sia usualmente ritenuto. Indizi sufficientemente affascinanti da alimentare la ricerca di più evidenze. Questo è ciò che sto tentando di fare. Vorrei chiudere con un pensiero. Gli Aborigeni si sono presi cura di questa terra per 50.000 anni e hanno causato molti meno danni di quanto abbiano fatto gli Europei in 200 anni. Quindi c’è molto da apprendere dalla saggezza aborigena per incorporarla nelle abitudini occidentali».

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