MAMMUT E RITI DI 15.000 ANNI FA TROVATI IN MESSICO


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a cura della redazione - notizia comunicata dall’INAH il 6 Novembre

Una straordinaria scoperta archeologica è appena stata fatta vicino a Città del Messico. Tra centinaia di ossa di mammut sepolte in cavità costruire dall’uomo preistorico per la caccia intenzionale, sono state identificate tracce evidenti di forme rituali...

Dopo quasi dieci mesi di scavi, gli archeologi dell'Instituto National de Anthropologìa y Historia del Messico (INAH) hanno recuperato 824 ossa di mammut, sepolte in due enormi cavità a Tutulpec, a nord di Città del Messico. I ricercatori affermano che si tratta di antiche trappole utilizzate dai primi ominidi insediatisi nella regione. Una forma senza precedenti di caccia, che risalirebbe a 15.000 anni fa. Lo spazio, dove i lavori sono ancora in corso, su una striscia di 130 metri quadri, rivela che i gruppi preistorici del Bacino del Messico erano molto organizzati, ma soprattutto che erano in grado di rendere “onore" a questi giganti che garantivano la loro sussistenza, e non solo. Lo dimostrerebbe la sistemazione delle ossa e l'assenza intenzionale di alcune di esse.

Dopo aver consumato le carni e i loro organi interni, inclusa la lingua che poteva pesare fino a 12 chili, motivo per cui i teschi dei proboscidati si trovano spesso invertiti, le costole dei mammut sembra che non siano state usate solo per tagliare la carne, come attesta il ritrovamento di un'ulna che fungeva da strumento per rimuovere il grasso dalla pelle. A quanto pare era presente anche il rito. Uno dei mammut, di cui sono stati ritrovati i due terzi, sembra sia stato oggetto di una disposizione speciale: le sue scapole sono state sovrapposte e posizionate sul lato sinistro del cranio, e sotto di esso, parallelamente è stata introdotta una vertebra dorsale di 60 cm. Intorno a questa composizione è stata ritrovata la cassa toracica di un altro mammut, con una curvatura di tre metri. Un altro aspetto interessante è che, su sei scapole registrate, sono state rinvenute solo quelle dal lato destro degli animali, mentre le scapole di quello sinistro sembrano mancare, il che, secondo i ricercatori «potrebbe indicare l'esistenza di un rituale nel quale la destra e la sinistra avevano connotazioni diverse per tali antichi abitanti dell'area lacustre». In tre dei siti individuati da questo grande scavo, di 40 per 100 metri e 8 di profondità, sono stati identificati tagli verticali nella disposizione degli strati, che conducono a trappole con pareti di quasi 90 gradi, profonde 1,70 metri e di ben 25 metri di diametro. Le circa 800 ossa, corrispondenti ad almeno 14 mammut, sono distribuite in fosse a una profondità di circa 3,50 metri. I resti di otto mammut provengono dalle prime due unità di scavo, situate nell’angolo sud-ovest del sito. I resti di altri sei sono stati recuperati più a nord, nella terza unità di scavo. Prudente, ma consapevole del significato della scoperta (esiste solo la storia in Giappone di trappole coniche di 40 mila anni fa per mammiferi di medie dimensioni), l’archeologo Luis Cordova Barradas, che ha guidato gli scavi, ha sottolineato che potrebbero non essere le uniche trappole per mammut nell'area. La gente di San Antonio Xahuento ha segnalato tre siti vicini con più resti, quindi si tratterebbe di una "linea di trappole", una strategia che avrebbe consentito ai cacciatori di ridurre il margine di errore nel catturare i mastodonti. In altre parole, queste enormi fosse sono la testimonianza delle prime trappole progettate da antichi umani. Si pensa che gli ominidi spingessero i mammut nelle trappole usando delle torce, rami e altri strumenti simili. Cordova, ha anche sottolineato che non esistevano prove che gli antichi cacciatori attaccassero direttamente i mammut. «Si pensava che li spaventassero e li indirizzassero nelle paludi, dove restavano bloccati, e poi aspettavano che morissero. Questa invece è la prova di attacchi intenzionali», ha specificato. Gli archeologi affermano che le trappole preistoriche di Tultepec furono scavate nell’argilla del fondo del lago Xaltocan, circa 15.000 anni fa, quando il livello dell’acqua scese, lasciando esposte grandi pianure. Gli studiosi ritengono, infatti, che la scoperta sia collegata con i cambiamenti del massimo glaciale, alla fine del Pleistocene, un momento di grande instabilità climatica, quando il congelamento dei poli causò il calo del livello dal mare attraverso il pianeta e ambienti più asciutti in diverse regioni. Un fenomeno che avrebbe coinciso con l'eruzione del vulcano Popocatépetl circa 14.700 anni fa, causa principale di una grande mobilitazione di animali e umani verso il nord del bacino del Messico, dove la caduta della cenere vulcanica era inferiore. Pedro Francisco Sánchez Nava, coordinatore nazionale di Archeologia all'INAH, ritiene che la scoperta «rappresenta uno spartiacque, una svolta in quella che fino ad ora immaginavamo essere l’interazione dei cacciatori-raccoglitori con questi enormi erbivori». La deposizione di sottili strati di cenere, tra e sopra alcune delle ossa di mammut recuperate, così come la presenza di bentonite (argilla a letto lacustre) su altri, consente di ipotizzare un uso continuativo del luogo per un periodo di 500 anni. Per Salvador Pulido, direttore di Archaeological Rescue dell'INAH, gli scavi di Tultepec rappresentano la punta dell’iceberg per capire cosa è successo nel Bacino del Messico durante il Pleistocene. Pertanto, varrebbe la pena condurre sondaggi con il georadar per escludere o convalidare l'ipotesi che ci siano tombe nell'area, incluso lo svolgimento di indagini archeologiche sulle pendici della collina, dove avrebbero dovuto essere i campi dei cacciatori raccoglitori.