MEDICINA PREISTORICA: PIANTE CURATIVE NEL CALCO DENTALE DEI NEANDERTHAL IN SPAGNA


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Discover Magazine 10 maggio

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L’uso di rimedi naturali risale a milioni di anni fa, molto prima che gli scienziati moderni capissero le basi biochimiche di questi medicamenti. I ricercatori hanno, infatti, trovato tracce di rimedi naturali conservate in diversi siti archeologici. Sebbene non possiamo sapere se le sostanze siano state deliberatamente somministrate per la salute, la loro abbondanza in associazione con fossili umani e artefatti lo suggerirebbe. In un documento di antropologia evolutiva pubblicato su "Evolutionary anthropology" a febbraio 2019, "Paleomedicine and the use of plant secondary compounds in the Paleolithic and Early Neolithic”, l’archeologa Karen Hardy, membro dell'Istituto catalano di Ricerca e Studi Avanzati (ICREA), professore  presso l'Università Autonoma di Barcellona (UAB), oltre che ricercatrice associata presso l'Università di York, nel Regno Unito, ha analizzato le specie vegetali recuperate da sette siti archeologici nel Vicino Oriente, databili tra 790.000 e 8.000 anni fa. Durante questo periodo la regione fu occupata dall’Homo sapiens, dal Neanderthal e da altri nostri antenati. "Delle 212 specie di piante identificate, circa il 60% erano medicinali e commestibili. Avrebbero potuto essere usati per il cibo, come medicamenti o per entrambi. Un altro 15% non era commestibile, e potrebbe essere stato utilizzato per le sue proprietà curative a piccole dosi”, spiega. 

Resti di Neandertal trovati nella grotta di El Sidrón
(CSIC)
In un precedente lavoro, Hardy e i suoi colleghi hanno studiato le molecole intrappolate nella placca dentale fossilizzata di alcuni Neanderthal di 50.000 anni fa, provenienti dal sito di El Sidrón, in Spagna, dove sono stati rinvenuti oltre 2.400 fossili umani, identificando un numero minimo di tredici individui, tra cui sette adulti, tre adolescenti, due giovani e un neonato. In un esemplare femmina con un ascesso dentale, il team ha identificato composti che probabilmente provengono da achillea e camomilla, piante amare con scarso valore nutrizionale, ma note per le loro proprietà curative. I genetisti sondarono più attentamente la placca del Neanderthal trovarono anche DNA di pioppo, un albero che contiene acido salicilico, il naturale antidolorifico della nostra aspirina, e un tipo di Penicillium. "Ora è possibile che minuscoli frammenti di DNA di questi organismi siano finiti per caso nella bocca del Neanderthal, mentre dormiva a terra e viveva nella natura. Ma è anche concepibile che, dolorante per un’infezione orale, la donna abbia intenzionalmente assunto pioppo antidolorifico, camomilla calmante e un fungo antibiotico”, sottolinea la ricercatrice. Se così fosse, avrebbe usato la penicillina 50.000 anni prima di Fleming, senza condividere con lui però il premio Nobel per la medicina.

Materiale microscopicamente visibile intrappolato in campioni di calcolo dentale
(Karen Hardy / Naturwissenschaften)
Studi che confermano quanto scoperto studiando il corpo mummificato di un uomo congelato di circa 5.300 anni fa, rinvenuto nel 1991 sulle Alpi, nel nord dell’Italia. Ötzi, l’Uomo venuto dal ghiaccio, come fu battezzato dagli scopritori, fornì alcuni dettagli sulla conoscenza preistorica della medicina, incluso l'apparente uso di un lassativo naturale e di un antibiotico.Tra gli oggetti ritrovati accanto alla mummia c’erano, infatti, due gusci simili sughero infilati in laccetti di cuoio. Ogni nodulo era forato e legato a una stringa, forse per fissarlo a una parte del suo abbigliamento o della cintura. Inizialmente, si pensava si trattasse di un acciarino rudimentale, ma alcuni microbiologi austriaci hanno identificato i grumi, rinvenendo tracce del fungo di betulla, il Piptoporus betulinus, comune negli ambienti alpini e in altri ambienti freddi. Secondo gli studiosi contiene oli tossici per alcuni batteri parassiti, che agiscono come una sorta di antibiotico naturale. Gli scienziati non sono ancora stati in grado di determinare la causa della morte dell’Uomo venuto dal ghiaccio, “un individuo - secondo gli studiosi - irrigidito dall’artrite che non aveva mangiato nelle ultime otto ore e che potrebbe essere morto di sfinimento in un’improvvisa tormenta di neve”. Eppure l’autopsia dovrebbe rivelato l’apparente ragione per cui il fungo era tra i suoi “rimedi”. 

Alcuni scienziati britannici hanno, infatti, scoperto nel colon dell’uomo le uova di un parassita, Trichuris trichiura. Questa infestazione causa diarrea e dolori acuti allo stomaco. Può anche causare anemia, che potrebbe spiegare l’evidenza di un basso contenuto di ferro in alcuni muscoli della mummia. Sulla rivista medica britannica “Lancet”, Luigi Capasso, antropologo del Museo Archeologico Nazionale di Chieti, ha esaminato le prove e ha concluso: “La scoperta del fungo suggerisce che l’Uomo venuto dal ghiaccio fosse a conoscenza della presenza nel suo intestino dei parassiti e li ha combattuti con dosaggi misurati di Piptoporus betulinus”. Come ha rilevato Capasso, il fungo di betulla contiene resine tossiche che attaccano i parassiti come  i tricocefali e un altro composto, l’acido agarico, che è un potente lassativo. Le proprietà combinate del fungo avrebbero potuto almeno dare un sollievo temporaneo spurgando il suo intestino dai vermi e dalle loro uova. “Il fungo di betulla - scrive Capasso - era probabilmente l’unico rimedio disponibile in Europa prima dell’introduzione dell’olio di chenopodio, molto più tossico, un arbusto tipico degli ambienti aridi del Sud America". 

Konrad Spindler, archeologo dell’Università di Innsbruck in Austria, che guidò le prime indagini sulla mummia, notando le prove dell’uso da parte di Ötzi di rimedi naturali, disse: “Tutta la medicina popolare ha le sue origini nella preistoria. Nel corso di centinaia e migliaia di anni i rimedi sono stati trasmessi di generazione in generazione. La moderna industria farmaceutica analizza gli elementi attivi delle medicine tradizionali e ne fa uso oggi laddove le forme sintetiche non possono essere riprodotte”.