MISTERIOSO CULTO GIUDAICO DELLA DEA MADRE IN EGITTO?


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a cura della redazione

Al confine con la Nubia, sulla piccola isola di Elefantina, vicino ad Assuan in Egitto, sono stati trovati alcuni reperti, oggi custoditi dal British Museum di Londra, che testimonierebbero la presenza di un tempio perduto legato a un culto giudaico parallello a quello di “YHWH” (il Dio biblico), contraddicendo le Leggi del Pentateuco. Si tratta di alcue figurine femminili che, inspiegabilmente, gli archeologi avrebbero «volutamente dimenticato». Lo denuncia Collin Cornell, in un suo recente studio pubblicato dall’American Schools and Oriental Reserch (ASOR) e divulgato su internet anche attraverso la pagina Facebook dell’Associazione. Il presupposto di partenza della denuncia di Cornell è la disputa centenaria tra gli studiosi in merito ad alcuni papiri rinvenuti sull’isola, che fanno parte di una collezione di antichi manoscritti risalenti al V secolo a.C.. La maggior parte dei frammenti di papiro sono scritti in aramaico, la lingua franca dell’impero persiano che colonizzò la regione, e descrivono la comunità ebraica stanziata a Elefantina tra la fine del VI e V secolo a.C., quando la piccola isola sul Nilo veniva chiamata “Yeb”: vi sono lettere e contratti legali provenienti da archivi di famiglia e da altre collezioni: documenti di divorzio e compravendite di schiavi. «Tra questi papiri è stato individuato un documento amministrativo che elenca i contributi in argento “dati al tempio di YHW”… Un altro papiro riporta la disputa sulla proprietà di un asino: il verbale documenta il giuramento di un giudeo in nome di “Anat-YHW”». Per la maggior parte degli studiosi il dio “YHW” cui fanno riferimento i frammenti di papiro è di origine sumera. Nell’archivio dei testi in scrittura cuneiforme di Ebla (Siria), il titolo “Iahu” è chiaramemnte associato ad Anat, una divinità semitica nordoccidentale, che i cananei considervano una “Vergine Madre”, la cui devozione sarebbe stata portata in Egitto dagli Hyksos. Una delle ipotesi più accreditate è che il termine “Anat” derivi dal semita "Anu" (Cielo), con l’aggiunta dell’attributo "Nt", a indicarne la “polarità femminile”, e significherebbe letteralmente la “Signora del Cielo”. Dunque una Dea Madre. L’indizio più importante viene però dal riferimento della donazione a un “tempio reale”, che secondo Cornell sarebbe stato proprio sull’isola e lo testimonierebbero una serie di reperti collegati tra loro: «Dopo più di un secolo di discussioni accademiche sui testi di Elefantina, c’è poco consenso sulla presenza o sul significato della venerazione della dea da parte dei Giudei che vivevano lì. Ciò che le indagini accademiche non hanno esaminato, però, sono i dati non testuali di Elefantina: gli stessi scavi che hanno trovato i papiri aramaici, hanno anche scoperto una serie di figurine, che nessuno ha più voluto studiare». Tra le prove citate dal ricercatore statunitense, ci sono diversi manufatti: alcuni intagliati approssimativamente nel legno che raffigurano palesemente il dio Bes egizio, protettore delle gestanti, legato al concepimento e al principio rigenerativo della Dea Madre; altri realizzati con stampi di argilla, che raffigurano una donna nuda distesa su un letto, simbolismo che a nostro avviso ricorda la “Dea Dormiente” di Malta e il nesso con la fase di assopimento dell’Anima nel processo di Risveglio allo Spirito. Uno di questi oggetti in argilla, una targa, mostrerebbe anche la Dea nuda in piedi tra due pilastri, con un bambino più piccolo al suo fianco. La postura eretta tra le colonne indica la sua sacralità (come le due colonne che simbolizzano tutto il tempio di Salomone dedicato a YHWH). Il fanciullo in posizione eretta è simbolo della nascita divina (lo Spirito) che la Vergine Madre ha da sempre in ogni Tradizione. La postura eretta e frontale potrebbe derivare dall'arte egizia, che identifica il luminoso "Horus Behdety” (fanciullo spirituale) come un giovane signore delle bestie, posto frontalmente tra due colonne con i simboli delle due terre e il nano Bes sulla sua testa. A quanto pare gli archeologi hanno trovato numerosi altri esempi di placche in terracotta con lo stesso motivo: una targa simile fu recuperata anche all’interno di un tempio filisteo a Gaza e molte altre insegne con un disegno simile, appartenenti allo stesso periodo in cui i Giudei vivevano sull’isola di Elefantina, sono state rinvenute anche in Egitto. Alcuni studiosi come Robert Graves, però, ritengono che il nome del Dio biblico “YHWH” derivi proprio da “Iahu” (“YHW”), un titolo attribuito alla divinità creatrice dell’Uovo Cosmico nella mitologia sumera, il cui significato è “Divina Colomba”. In particolare, la ricercatrice Elizabeth Gould Dabis, in “The First Sex”, sostiene che il «potere di “YHWH” nelle leggende ebraiche era originariamente rappresentato da una coppia divina androgina: “Inhau-Anat”». È bene ricordare che anticamente le divinità dei diversi pantheon politeisti, associate tra loro sempre in coppia, erano considerate aspetti dell’Assoluto. Le varie posture nelle quali le vediamo raffigurate erano un riferimento esplicito alle fasi di manifestazione del loro potenziale interiore, o qualità, indicate in alcuni culti, come in Egitto, da caratteristiche zoomorfe. L’associazione al maschile o al femminile non era, pertanto, una distinzione di genere, ma di polarità: attiva/fecondante o passiva/ricevente. Non a caso un’iscrizione in fenicio e in ebraico, scoperta a Kuntillet Ajrud (Sinai) nel 1975 da un archeologo israeliano tra le rovine di un edificio del VIII secolo a.C., cita la richiesta di benedizione della “coppia divina Ashera-YHWH”. Nell’Antico Testamento il termine “asherah” compare varie volte e si pensava che indicasse un oggetto di culto: una specie di totem di legno posto davanti ai luoghi sacri. Eppure, nel Libro dei Re, è citata espliccitamemte una statua di “Asherah” nel Tempio di Gerusalemme. Secondo lo storico Raffaello Patai e la docente del dipartimento di Teologia e Religione presso l’Università di Exeter, Francesca Stavrakopoulou, “Ashera” sarebbe la “Regina dei Cieli” del Libro biblico di Geremia (44), ovvero «la consorte (aspetto femminile ndr.) di YHWH dei primi ebrei che ancora non avevano abbracciato il monoteismo». Forse non è un caso se nello stesso sito dell’iscrizione fu trovato anche un vaso con un dipinto raffigurante una mucca col suo vitello, simbolo canaanita della Dea Madre (come per ogni altra tradizione). È utile precisare che nel suo complesso la “Dea Madre” e tutte le divinità o le coppie di divinità a essa associate rappresentavano l’aspetto gestazionale dell’Anima fecondata dallo Spirito, volta a generare “Nuova Vita” dalla stessa sotanza del Padre, conducendo alla “Rinascita”. Se è vero che nella letteratura ugaritica “Asherah” è la dea consorte del dio supremo “El”, madre di tutti gli dei, e se uno dei nomi del Dio biblico è “El”, il riferimento ad “Ashera” del Libro dei Re e del Libro di Geremia, ciò potrebbe far sorgere il dubbio che alcuni brani dell’Antico Testamento siano ancora legati al “politeismo” canaanita. È anche vero però questa divisione era solo per le masse. I sapienti e coloro che conoscevano la tradizione dei primordi sapevano bene che dietro questa apparente dualità esisteva una sola monade creatrice, rappresentata da una androgina divina separata in generi solo davanti al mondo profano. È quello che accadde proprio con la riforma del faraone monoteista Akhenaton, che volle rendere manifesta tale verità, prima appannaggio di pochi. Tornando all'isola di Elefantina, da simili considerazioni appare evidente che stiamo parlando di un luogo dove esisteva, almeno virtualmente, una fede sincretica. Probabilmente siamo di fronte a inevitabili contaminazioni trasversali di una Tradizione unica di matrice androgina coltivata in diverse culture. Con la presenza di elementi di tipo egizio (coppie divine) ma anche canaaneo (sia coppie divine che nomi di derivazione aramaica assegnati a tali figure).