PIETRA DI RÖK: MARCATORE COSMOGONICO E CODIFICAZIONE DELL'ETERNA GUERRA TRA LUCE E OSCURITÀ


6 min letti

a cura della redazione, 9 Gennaio

Uno nuovo studio comparato dell’iscrizione incisa sul monolite svedese suggerisce che la pietra runica fosse profondamente legata a elementi escatologici della mitologia norrena e che il sito in prossimità del monolite fosse un luogo simbolico ritualizzato per comunicare con l’altro mondo…

ACQUISTA ORANumerosi passaggi incisi sul monolite di Rök, il monumento runico più famoso dell’Era vichinga, hanno sempre fatto pensare che l’iscrizione facesse riferimento a grandi battaglie centenarie. Per decenni i ricercatori hanno cercato di collegare le scritture presenti sulla pietra con azioni eroiche in guerra. Un nuovo studio, pubblicato questa settimana dal Dipartimento di Archeologia, divisione Lingue Scandinave, dell'Università di Uppsala ("The Rök Runestone and the End of the World”) ci offere un’interpretazione completamente nuova. La traduzione recentemente proposta suggerisce che l’iscrizione sulla pietra affronti una battaglia completamente diversa: «quella tra l’oscurità e la Luce, il calore e il freddo, la Vita e la morte». Combinando prospettive e scoperte della Semiotica, della Filologia, dell’Archeologia e della Storia della Religione, lo studio mostra come il monumento può essere decifrato solo se inserito nel contesto socioculturale e religioso della Scandinavia dei primi Vichinghi. «Solo la collaborazione tra analisi testuale, archeologia, culturale e runologica ha reso finalmente possibile risolvere i suoi enigmi», spiega Per Holmberg, professore di Svedese all’Università di Göteborg che ha guidato l’attività interdisciplinare di ricerca. La pietra runica di Rök, eretta presumibilmente intorno all’800 d.C. in un prospero distretto agricolo nell’odierna Svezia centrale da un uomo di nome Varinn in memoria di suo figlio Vāmōðʀ, fu documentata per la prima volta nel XVII secolo, quando fu usata come blocco di costruzione in un edificio medievale dall’omonima chiesa. Ad eccezione di una linea danneggiata, le sue oltre 700 rune, e altri personaggi, sono ancora chiaramente leggibili e coprono tutti e cinque i lati visibili di una lastra di granito, alta oltre due metri e mezzo dal suolo.

Ordine di lettura della pietra runica di Rök (numeri) e indicazioni di lettura (frecce). Illustrazione di Marco Bianchi e foto di Bengt A. Lundberg

«L’iscrizione è composta da due linee a venticinque rune, di cui venti verticali e otto più o meno orizzontali. È strutturata in sei passaggi. Nonostante la grande diversità ortografica e grammaticale possiamo riscontare un’uniformità che la rende simile a un memoriale», sottolinea Bo Gräslund, professore di Archeologia all’Università di Uppsala. Questi ricordi riguarderebbero eventi cosmologici collegati «ai “mōgminni” linguistici ritualmente correlati alla mitologia norrena». Per i ricercatori svedesi, infatti, il concetto di memoria non dovrebbe essere inteso solo nel suo senso ordinario come un ricordo. «Si tratta piuttosto di atti rituali con significati sociali e religiosi relativi al passato, al presente e al futuro che insieme contribuiscono al mantenimento e al rinnovamento del mondo», spiegano gli studiosi. In quest’accezione i ricordi o riferimenti storici se visti solo come passaggi di testo, sono incompleti come per la Bibbia. 

Anche se le analisi archeologiche hanno dimostrato che le iscrizioni sono legate a un preciso periodo storico, durante il quale la Scandinavia soffrì di una catastrofe climatica precoce, che portò a temperature inferiori alla media, cattivi raccolti, fame intensa ed estinzioni di massa, il punto focale della nuova ricerca è un altro. Secondo i ricercatori, diversi punti dell’iscrizione hanno chiari parallelismi con altri testi in antico norvegese che nessuno ha notato in precedenza. «Per me è stato quasi come scoprire una nuova fonte letteraria dell’era vichinga. La risposta della Svezia alla poetica islandese eddica», afferma Henrik Williams, professore di Lingue Scandinave con specializzazione in Runologia all’Università di Uppsala. Particolarmente sorprendente in questo contesto è l’uso di domande, che spingono il lettore a fornire informazioni. In totale l’iscrizione contiene nove enigmi. «La strategia grammaticale ellittica che abbiamo riscontrato ha impedito ai precedenti ricercatori di identificare i corretti passaggi semantic, ma è palese che siamo di fronte a un sistema codificato», aggiungono i ricercatori. Cinque delle domande riguardano il Sole e quattro sarebbero legate alla leggenda di Odino, il dio della conoscenza enigmatica.

«La parola “rūnaʀ“ - si legge nello studio - può anche significare "conoscenza segreta", come nel Vafþrúðnismál, e si riferirebbe quindi più specificamente a un signifato nascosto all’interno delle domande stesse. Il tempo presente anticipa che il ricordo del figlio sarà preservato attraverso qualsiasi crisi, fintanto che ci saranno umani, o dèi, per leggere le rune e completare i ricordi fornendo la conoscenza richiesta». Sulla scorta di alcuni riferimenti storici presenti, gli studiosi ritengono che prima che fosse eretta la leggendaria pietra runica, avvennero eventi naturali che la gente non dimenticò mai: «potenti tempeste solari colpirono la Terra facendo sì che il cielo si trasformasse in diverse, insolite e drammatiche tonalità di rosso e le eclissi solari furono viste come un cattivo presagio».

«Concordiamo con Ralph che il passaggio tematizza il ritmo della Luce: lo scambio del bottino di guerra rappresenta l’interazione tra la Luna e il Sole, mentre colui che è morto ma vive ancora è il Sole. Menzionare il Sole e la Luna fa riferimento alla creazione del mondo,RICHIEDI n.22 ARRETRATO ma anche alla sua immanente instabilità e alla fine fatale, facendo eco alla caduta del figlio, suggerendo il suo scopo nella vita. E la morte è metafora del tramonto, di un Sole che è colui che rivive, come risposta una delle domande dell'indovinello. Siamo di fronte a una traslitterazione del ritmo cosmologico della Luce, prima ancora che agli eventi catastrofici cui fa riferimento. Anche la guerra indica in realtà una dimensione minacciosa di instabilità nell’equilibrio cosmologico, un tema centrale della mitologia nordica norrena. Non vi sono tuttavia altre fonti norrene per l’idea che il ritmo della Luce sia un conflitto in corso tra Luna e Sole», si legge nella ricerca. «La potente élite dell’era vichinga si considerava garante di buoni raccolti. Erano i capi del culto che tenevano insieme il fragile equilibrio tra Luce e oscurità. A Ragnarök, avrebbero combattuto al fianco di Odino nella battaglia finale per la Luce», ha spiegato Olof Sundqvist, professore di Storia delle Religioni all’Università di Stoccolma.

Esiste, comunque, un evento storico e cosmico specifico cui potrebbe riferirsi la pietra, definito temporaneamente “nove generazioni fa” (fur nīu aldum) rispetto alla data di edificazione della roccia, che al momento è presunta. Se consideriamo l’attuale datazione dell’iscrizione, intorno all'800 d.C., con un’approssimazione di ogni generazione a trenta anni, l’evento cui si alluderebbe sarebbe accaduto all’inizio del VI secolo. La crisi climatica del 536 d.C. risulta essere un ovvio candidato per questa “morte” del Sole, che non riuscì a risorgere ad Est. Se il figlio fosse il nono nella linea dei suoi parenti dalla morte del Sole, la sua morte avrebbe potuto provocare l’idea di una nuova minaccia. «La conclusione della domanda - si legge nello studio - sembra ricordare al lettore che il ritmo della Luce è stato ristabilito. E sarebbe per questo che la luce solare personale viene qui definita nella forma di cavaliere o di auriga. Le condizioni per questa missione postuma erano una nobile discendenza, una morte valorosa e un rituale cerimoniale funebre adeguato. Parte dei rituali funebri potrebbe essere stato legato proprio alle domande enigmatiche, le cui risposte erano conosciute solo da pochi eletti, tra cui i morti».

Per i ricercatori, è ragionevole suggerire che la pietra, che mostra tutti i segni di un memoriale di alto prestigio, originariamente funzionasse come una sorta di marcatore centrale in un luogo di ritrovo, fungendo da sito per pratiche di culto e funerali. Nello studio si suggerisce, inoltre, che «la pietra runica avrebbe potuto avere anche un potenziale come axis mundi» e che il sito in prossimità del monolite fosse contemporaneamente il «centro simbolico del cielo e della terra, un luogo in cui si poteva passare da una zona cosmica all’altra e comunicare con l’altro mondo per mezzo di rituali religiosi, rendendolo un potenziale luogo di illuminazione». La ricerca archeologica mostra che l’area intorno a Rök è stata un intenso distretto agricolo per 6000 anni, e la sua prosperità è celebrata in diversi siti importanti per le pratiche religiose dell’élite al potere in diversi periodi nel tempo. Lungo la strada che collega il monolite al monte Berg, otto chilometri a Ovest, si trovano tumuli dell’età del bronzo e tombe delle armi nel cimitero di Smörkullen che risalgono all’età del ferro. 

La prosperità della regione non è stata tuttavia ininterrotta. I dati provenienti dagli strati di zolfo ghiacciato in Groenlandia e Antartide, supportati da analisi dendrocronologiche, mostrano che il declino della coltivazione, un fenomeno diffuso nella metà del VI secolo, era correlato a una serie di eruzioni vulcaniche nel 536-47 d.C. probabilmente nel Nord e Centro America. L’impatto sul clima di questa serie di gravi eventi vulcanici sarebbe stato drammatico, ed è ben valutato dai dati provenienti da tutta l’emisfero settentrionale, che mostrano estati anormalmente fredde per il periodo 536-50 d.C.. Sulla base del declino della coltivazione, dei sementi, delle tombe e di altri dati archeologici, è stato stimato che la popolazione della penisola scandinava fosse diminuita del 50% o più. Eppure, per quanto il monolite mostri tracce di tale crisi climatica, gli studiosi ritengono che simili temi escatologici, in quanto tali, fossero molto più antichi e che probabilmente furono rivitalizzati dopo la crisi del 536 d.C..

«Contrariamente a tutti i precedenti vuoti interpretativi, abiamo collegato il testo del monolite di Rök ad altri testi scandinavi, in particolare alla saggezza del “Vafþrúðnismál” e alla visione apocalittica della veggente “Vǫluspá”, oltre a due poesie scaldiche in stile eddico. Non sosteniamo che fossero testi noti nell’800 d.C., ma che lo fossero la mitologia e l’ideologia che ne costituiscono la base», sottolinea Gräslund. Sia Vafþrúðnismál che Vǫluspá partono da uno stato di equilibrio cosmologico stabilito dall’atto della creazione di Odino e manifestato dal ritmo regolare della Luce. Vale la pena notare che gli eventi mitologici solari sono presentati nel “Vafþrúðnismál” con stretti parallelismi con ciò che è legato al destino di Odino. Anche Odino viene ucciso dal lupo, e proprio lui riesce anche a generare una sorgente che garantisce la vittoria finale sui poteri distruttivi, vale a dire Víðarr, che poi vendica suo padre e uccide il lupo (Fenrir).

L’età e la distribuzione delle concezioni mitologiche presentate nel “Vafþrúðnismál” e nel “Vǫluspá” non possono essere determinate in modo definitivo, poiché i manoscritti islandesi risalgono al XIII secolo e successivi. Tuttavia, le poesie sono considerate tra le fonti più affidabili per la mitologia norrena. La diffusione del motivo del lupo è evidentemente indicata anche da pietre runiche dell’era vichinga un po’ più tardie, come la pietra norvegese Vang che mostra il lupo che ingoia il Sole, la pietra di Ledberg nella Svezia sud-orientale e la pietra di Andreas III sull’isola di Man, dove il lupo divora Odino, così come in tre pietre runiche nella Svezia meridionale con altri motividi di canidi selvaggi. Inoltre, va notato che l’iscrizione della pietra runica di Skarpåker, elevata alla memoria di un altro figlio morto, sembra riecheggiare un’espressione della terza strofa di “Vǫluspá”, quando proclama la fine del mondo.

🌐www.xpublishing.it⠀📧 info@xpublishing.it⠀⁠☎️ 0774 403346