PREISTORICO OCCHIO SOLARE IN INDONESIA


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a cura della redazione, 30 Marzo

Due piccole placche di pietra figurativa, rinvenute su un’isola sperduta del sud-est asiatico, attestano una capacità espressiva sconosciuta sino ad ora in questa regione e lasciano presumere l’uso di tali raffigurazioni a scopo rituale…

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Un recente articolo pubblicato su Nature Human Behaviour dimostra che durante il Pleistocene superiore anche in Indonesia i nostri antenati avevano una forma di espressione artistica che andava ben oltre i dipinti murali. Lo attestano due piccole “placche” di pietra, incise con immagini figurative rinvenute in una grotta nel sud-est asiatico, a Sulawesi, risalenti tra i 26.000 e i 14.000 anni fa. Le “placche” sono state portate alla luce da una squadra di archeologi australiani e indonesiani che lavorano nella grotta di Leang Bulu Bettue, una delle decine di grotte sparse nella parte meridionale ricca di calcare nell’Indonesia centrale. Figurine e placche tridimensionali sono state precedentemente trovate in Europa e nel Medio Oriente, ma mai prima nell’isola asiatica.

Su una placca è inciso il profilo della testa e della parte superiore del corpo di un anoa, una specie di bufalo nano che vive esclusivamente in questa zona, ancora oggi. In tempi preistorici, i cacciatori-raccoglitori se ne nutrivano, utilizzando ossa e corna per fabbricare utensili di diversa natura. L’altra è adornata da uno «sprazzo di sole simile a un occhio, un’immagine che ricorda la semplice rappresentazione di un bambino di un sole circolare con raggi che si estendono verso l'esterno o un occhio circondato da folte ciglia», si legge nel rapporto scientifico.

Gli archeologi guidati da Adam Brumm della Griffith University di Brisbane, in Australia, hanno scoperto i rari reperti nel 2017 e nel 2018, tra i sedimenti ricchi di rifiuti della vita quotidiana durante la fine del Pleistocene, l’ultima era glaciale che è terminata circa 12.000 anni fa. L’occhio solare è realizzato su un piccolo pezzo angolare di calcare a grana fine e ha dimensioni massime di 29,5 millimetri di larghezza, 50,3 millimetri di lunghezza e 27,2 millimetri di spessore, con un peso complessivo di 57 grammi. Come per il primo manufatto, il motivo copre solo un lato della pietra. 

«Sette linee emanano da una forma centrale, sfaccettata, esagonale raggiata. Le linee radianti e quelle che comprendono la forma circolare al centro sono tutte incise per una profondità di 2 millimetri, con striature derivanti dall’uso ripetuto di un bordo a bulino di pietra, come se il perimetro dell’esagono fosse stato smussato per produrre un aspetto arrotondato focale centrale», si legge nello studio. Questo manufatto differisce dai pezzi di pietra per utensili decorati con disegni lineari rinvenuti nello stesso luogo. In particolare, dalle immagini trovate sulla corteccia di quattro scaglie di pietra e un frammento di calcare estremamente superficiali, create con un unico disegno di un bordo tagliente sulla superficie e i cui disegni consistono in singole linee oblique, linee parallele consecutive o croci. “Schizzi" geometrici difficili da vedere senza l’aiuto di una fonte di luce diretta.

L’esame microscopico ha rilevato che lo pseudo ovale è stato iscritto in senso orario. I ricercatori ne hanno dedotto che i “raggi” sono stati aggiunti all’immagine. Inoltre è stato rilevato un residuo minerale rosso, visibile solo all’interno delle incisioni situate sul lato sinistro del motivo. La placca ha una forma comunemente indicata come "esplosione solare" o "esagono raggiante” ed è notevolmente diversa dai segni presenti nell’arte rupestre, sia dal punto di vista temporale che spaziale, nei pittogrammi come nei petroglifi rinvenuti nei continenti australiano, africano e americano. Il suo significato al momento resta sconosciuto per i ricercatori, che lo associano comunque a entità celesti come il Sole (o altre stelle).

         LA SCHEDA DI FENIX  - da un’anteprima dell’aggiornamento del libro "Scienza, Mistica e Alchimia dei Cerchi nel Grano” di Adriano Forgione

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Nel Vangelo di Matteo 6,22 leggiamo «La Luce (o Lampada) del Corpo è l'Occhio». Questa frase ci permette di sottolineare che quando si fa riferimento all’occhio divino nei Testi Sacri di ogni Tradizione sapienzale si sta indicando in maniera celata il “Corpo di Luce”. È interessante notare che il 16 Agosto 2014 uno splendido “Occhio Solare” si è manifestato a Nettle Hill, presso Ansty, nel Warwickshire. Un perfetto occhio circondato da una decorazione raggiata (solare) e la cui iride con pupilla era stata meravigliosamente realizzata tramite un perfetto intreccio circolare degli steli impossibile da realizzare manualmente e talmente efficace da riproporre l’anatomia stessa dei muscoli dell’iride umana. Non va dimenticato che simbolicamente la parola “Pupilla” è analoga all’inglese “Pupil”, che identifica "l’allievo", in questo caso l’allievo divino, cioè l’iniziato. Anche il termine italiano “Pupillo” deriva dal latino “Pupillus”, diminutivo di “Pupus”, cioè “Pupo” o “Fanciullo” e identifica il “Favorito e Protetto”, cioè il Prescelto da Dio come sua manifestazione (anche definito "Il Giovane" o "Colui del Domani").

Una antica formula egizia recita: «Fa’ che i miei occhi siano aperti (...). Dai forza agli occhi di questo fanciullo perchè possa vedere oltre». Nei Testi delle Piramidi leggiamo anche: «Io sono l’occhio del Falco (Horus il dio Solare, n.d.a.), l’occhio della Fenice trascorrente nell’etere», e ancora «La protezione di Horus è la Divina Fenice che risiede nei suoi Occhi». Se l’Occhio è assimilabilealla Luce (Lampada-Lampo-Folgore), come dice il Cristo, e alla stessa Fenice, che difatti muore e risorge come lui, stando ai testi sacri egizi, rispettando il messaggio di Trasmutazione che continuiamo a trovare in questo fenomeno, allora si chiarisce il senso della formazione apparsa il 12 Giungo 2009 presso Yatesbury. Una Fenice di fuoco, la cui forma ricorda anche quella di una antica lampada a olio, altro simbolo di sacralità e predestinazione. Tutto ritorna a parlare secondo l'antica lingua simbolica dell'Uomo Divino. Ecco perchè la stirpe divina era chiamata "Irin" ("Quelli che Osservano" o i "Vigilanti"), cioè "dai molti occhi addosso", altro simbolo del Corpo Luminoso di Gloria.

La seconda placca è costituita da un frammento quadrangolare piatto di fogli di calcite spessa appena 13 millimetri. «La figura, che copre solo un lato della pietra, mostra una caratteristica sezione a forma di “ V", con striature lineari chiaramente visibili all’interno delle 17 incisioni artificiali. La piccola lastra di pietra raffigura il profilo sinistro di un animale con le corna, girato indietro verso il suo fianco: il cranio è allungato, gli occhi sono grandi, il muso è prominente con le narici svasate, mentre le due corna sono leggermente curve e la pelle del collo rugosa», spiegano i ricercatori. La dimensione e la composizione dell’immagine, che essenzialmente segue il contorno naturale del piccola lastra di pietra, non lascia dubbi sul fatto che si tratti di un'opera a se stante ad uso personale, che non faceva parte di un'incisione a parete. 

Di particolare rilievo, per gli studiosi è la scelta stilistica da parte dell’artista nel creare l’immagine della testa dell’anoa (36,8 millimetri di lunghezza) segnando una sola linea per delinearne la parte superiore e il corno destro. «Il muso e la guancia sono scolpiti, fornendo dettagli tridimensionali al viso. È interessante notare che, mentre l’area sotto il mento è stata livellata, le due aree nella parte superiore della placca mostrano scanalature e ondulazioni. Le caratteristiche facciali sono state scolpite nella pietra con precisione. L’occhio è costituito da tre incisioni curve: una che parte da sinistra e si sposta in alto verso destra; la seconda è orientata nella direzione opposta, creando la parte inferiore dell’occhio; mentre una terza piccola tacca a forma di “C” tra queste due linee raffigura la pupilla. Proprio sopra l’occhio è stata scolpita anche una linea sopraccigliare che si muove sopra il naso. Il corno sinistro (raffigurato usando una sola linea fatta attraverso il disegno ripetuto di uno strumento di pietra sulla superficie) è più spesso alla base e si assottiglia in un punto che finisce sul bordo destro della placca. Il fianco dell’animale è delineato da tre linee profonde che creano una schiena arcuata e una pancia piatta. Non sono visibili le “zampe”».

La scoperta delle “placche” di Leang Bulu Bettue si aggiunge a quella delle rappresentazione rupestre di figure teriantropi, metà umane e metà animale, annunciata a dicembre scorso risalente ad almeno 40.000 anni fa in una zona carsica e calcarea nel sud di Sulawesi. Un’ulteriore della testimonianza dell’esistenza di un culto ancestrale millenario nella regione. Non è escluso possa esistere un legame “culturale" con una serie di manufatti simbolici documentati nel 2017, recuperati sempre in una caverna calcarea della stessa isola, la più grande della Wallacea, datati tra i 30.000 e i 22.000 anni fa: perline a forma di disco ricavate dal dente di una babirusa, un "ciondolo" ricavato dall'osso del dito di un orso, e strumenti in pietra incisi con croci, motivi simili a foglie e altri motivi geometrici, il cui significato è oscuro. Ulteriori prove dell’esistenza di una cultura simbolica indonesiana sono state dimostrate dalle abbondanti tracce della produzione di arte rupestre raccolte dagli scavi di altre caverne, che includono pezzi di ocra usati, macchie di ocra sugli strumenti e un tubo osseo che potrebbe essere stato un "aerografo" per la creazione di stencil art.

Già nel 2014 gli archeologi avevano annunciato che l'arte rupestre di Sulawesi è tra le più antiche sopravvissute del pianeta, come testimonierebbe la rappresentazione di una mano umana datata almeno 40.000 anni fa. Accanto allo stencil in ocra rosso è stato individuato anche il dipinto di una babirusa di almeno 35.400 anni fa. Queste opere d'arte sono contemporanee alle pitture rupestri rinvenute in Francia e in Spagna, una regione a lungo ritenuta la culla della moderna cultura artistica. Alcuni esperti hanno suggerito che la presenza di forme artistiche di decine di migliaia di anni fa in Indonesia dimostrerebbe come l'arte rupestre sorse molto prima che la nostra specie mettesse piede in Europa. 

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