RARA EFFIGE DI LEOPARDO SU UN SARCOFAGO AD ASSUAN


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a cura della redazione, 24 febbraio

Gli archeologi di una missione italo-egiziana hanno scoperto un felino sacro dipinto con colori vivacissimi sul coperchio di un sarcofago di oltre 2000 anni fa. Nella stanza adiacente sono stati trovati anche alcuni pinoli, reperti rarissimi d’importazione…

ACQUISTA ORALo scorso 21 febbraio, al Salone internazionale dell’Archeologia e del Turismo Culturale a Firenze, sono stati presentati due ritrovamenti particolari: il muso simbolico di un leopardo e i resti di alcuni pinoli, semi molto rari e preziosi in Egitto. Reperti rinvenuti ad Assuan nel 2019 dalla missione archeologica “Egyptian-Italian Mission at West Aswan” (EIMAWA), guidata da Patrizia Piacentini, ordinaria di Egittologia e Archeologia egizia presso l'Università degli Studi di Milano. La tavola di acacia su cui era dipinto il muso dell’animale è stata trovata in corrispondenza della testa del defunto, una posizione a nostro avviso scelta probabilmente per indicarne il rango e non solo per proteggerlo dalle forze oscure durante il suo viaggio nell’Aldilà durante l’atto di Rigenerazione. «Sebbene il leopardo fosse un simbolo frequente in Egitto, è rarissimo trovarlo dipinto su un sarcofago», ha infatti sottolineato la stessa Piacentini all’ANSA


Un indizio che pone l’accento su culti e ritualità praticati nella stessa zona durante i secoli a ridosso della venuta del Cristo (VI a.C. - III d.C.), e che si aggiunge alle tracce della possibile confluenza di un'antica tradizione nelle nuove religioni monoteiste. Come avevamo sottolineato a novembre, sulla piccola isola di Elefantina, poco distante dalla necropoli, sono stati trovati frammenti di papiro in aramaico, risalenti al V secolo a.C., che testimonierebbero la presenza di un tempio perduto legato a un culto giudaico della Dea Madre, parallelo a quello di “YHWH” (il Dio biblico), contraddicendo le Leggi del Pentateuco. Lo testimonierebbero anche alcune figurine femminili, oggi custodite dal British Museum di Londra, che inspiegabilmente gli archeologi avrebbero «volutamente dimenticato».

La missione italiana, sotto il patrocinio del Ministero delle Antichità egiziano, ha scoperto la necropoli cinque metri sotto la sabbia del deserto ad AssuanL'area archeologica si estende per oltre 25.000 metri quadrati sulla riva occidentale del fiume Nilo, vicino al Mausoleo di Aga Khan III, e ospita oltre 300 tombe, alcune scavate nella collina e altre sotterranee. Qui furono sepolti gli abitanti dell’antica Elefantina tra il VII secolo a.C. e il III secolo d.C.. Una delle tombe, la numero 26, aveva già fatto notizia l’anno scorso quando fu trovata una grande sala con circa 35 mummie ben conservate, risalenti al II secolo a.C., accanto alle quali sono stati rinvenuti vasi, anfore e cartonnage (materiali pronti per essere dipinti e diventare maschere funerarie), e frammenti del coperchio di un sarcofago dipinti d’oro. Nella stessa tomba sono stati rinvenuti i frammenti della tavoletta di legno di acacia sulla quale è rappresentato il muso del leopardo. I ricercatori ritengono che fosse stuccata sulla copertura di un sarcofago o di un letto funerario. Il leopardo era un simbolo di potenza, che trasmetteva la sua energia al morto perché potesse affrontare tutte le forze del male che avesse incontrato nell’Adilà. Veniva spesso utilizzato come un amuleto per proteggere dal male ma era soprattutto un simbolo di dignità sacerdotale, e la sua pelle era indossata esclusivamente dai sacedoti per compiere determinati riti, come ha sottolineato anche Piacentini in un video riportato dall’edizione fiorentina del quotidiano “La Nazione”.

Nell’Antico Egitto il leopardo indicava gli iniziati ai Misteri della seconda nascita, i quali dovevano “morire” per affrontare le potenze oscure di Set, vincere la morte e Rinascere per sempre. La stessa mummificazione dei corpi era un rito funerario connesso con i misteri del “Passaggio per la pelle”, un rito durante il quale l’iniziando veniva posto sotto la “mes-ka” (termine che letteralmente significa “pelle” e che è composto dal due parole mes, che significa nascita”, e ka, ovvero “doppio" o "corpo astrale”), facendogli assumere una posizione fetale, e inducendolo in uno stato di letargo sciamanico, simile a quello della vita prenatale ma autocosciente. Oltre a costituire parte integrante della iniziazione individuale, tale rito era compiuto anche a beneficio del defunto innanzi alla statua che lo raffigurava o al sarcofago eretto contenente la mummia. In questo caso il sacerdote addetto, chiamato Sem, sempre indossando la stessa pelle, cadeva nel sonno magico dopo essersi assiso in posizione fetale su un minuscolo scranno. Pelle che simboleggiava l’amnios o il chorion quale membrana che avvolge il feto, e che originariamente designava le vittime tifoniche sacrificali. Un simbolo doppio utilizzato per indicare Anubi (“Colui che è nella nebride”, nell’oscurità) oltre a costituire una delle insegne di Osiride quale dio della Resurrezione. Innanzi al suo trono infatti appare spesso la pelle di un animale sacrificato, in genere il leopardo, appesa ad una lancia poggiante sopra un recipiente ove cola il sangue.

Foto ©Università degli Studi di Milano

Il restauro digitale presentato a Firenze ha mostrato un gioiello di eccezionale bellezza, i cui pezzi verranno ricomposti in Egitto nei laboratori di Assuan dalle mani esperte di Ilaria Perticucci e Rita Reale. «Il supporto in legno era molto fragile. La sabbia era scivolata nelle fibre, quindi abbiamo deciso di staccare lo stucco per salvare il disegno. È stata un’operazione molto delicata», hanno spiegato i ricercatori. La squadra milanese, una volta eseguiti i rilievi, li ha studiati in Italia in formato digitale per realizzare sul posto il restauro effettivo. «È una scoperta eccezionale, molto simile a quella che abbiamo trovato nella stanza accanto: pinoli che al momento ipotizziamo risalgano al I secolo d.C.», ha aggiunto Piacentini. Un elemento che per gli studiosi è alquanto insolito: i pinoli sono stati rinvenuti in una stanza accanto al sarcofago, come se il defunto potesse andare a cibarsene per rigenerarsi.

Foto ©Università degli Studi di Milano«L’uso di questi semi era noto ad Alessandria ed erano certamente un bene di lusso, il che confermerebbe ancora una volta come la tomba appartenesse a persone che ricoprivano un ruolo importante nella società», ha concluso Piacentini. Nuove informazioni potrebbero arrivare con la prossima missione, quando un team multidisciplinare di storici, paleopatologi, archeobotanici, chimici, scienziati informatici e restauratori si cimenterà in analisi più approfondite per scoprire l’identità delle persone sepolte nella necropoli.

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