TRACCE DI MATERIA ORGANICA NEI MEGALITI DELLA CULTURA TIAHUANACO


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a cura della redazione, 4 Marzo

Foto di copetrina: Altipiano delle Ande sud americane Tiahuanaku  (Porta del Sole) e Pumapunku

Si ringraziano Luca Zampi e Sam II Giustiziere per la segnalazione su Obiettivo Enigma

Uno studio scientifico, effettuato su alcuni monumenti precolombiani della Bolivia, dimostra la presenza di pietre artificiali ricavate da calcestruzzo geopolimero di arenaria fuso sul posto almeno 1400 anni fa...

ACQUISTA ORATra le scoperte scientifiche cui è stata data poca eco mediatica, una ricerca pubblicata l’anno scorso online su importanti riviste di settore internazionali (Materials Letters 235 e Ceramics International 45), conferma gli studi etnologici che anni fa sottolineavano come, ancora oggi, alcuni stregoni della tradizione Huanka, per realizzare i loro piccoli oggetti in pietra, usino una dissoluzione chimica del materiale lapideo mediante estratti acidi carbossilici dalle piante. Anche le leggende boliviane narrano che le strutture megalitiche costruite dalla cultura Tiahuanaku sono state realizzate con estratti vegetali in grado di ammorbidire la pietra. Questa ipotesi, però, è sempre stata respinta dal mainstream archeologico. Ufficialmente si pensa che i costruttori dei siti megalitici, presenti in tutto il mondo, abbiano utilizzato enormi blocchi di pietra naturale trasportandoli con tecniche che sono tuttora oggetto di diverse ipotesi di studio. Eppure dai risultati presentati alla 10^ Conferenza del Geopolymer Camp (nella sessione: “Ancient Technologies” del 10 luglio 2018), riportati per intero da geopolymer.org, scopriamo che sono state individuate prove significative che i monumenti boliviani sono stati realizzati con una tecnica artificiale proprio di origine vegetale. Precise “impronte” chimiche e la mancanza di cave nelle vicinanze, da dove i blocchi utilizzati per i monumenti avrebbero potuto essere trasportati, conferemerebbero l’ipotesi di un tipo di calcestruzzo geopolimero di arenaria fuso sul posto. 

Nello studio si legge che è stata riscontrata la presenza di «materia organica nella roccia vulcanica». Una traccia per sua natura impossibile: la materia organica a base di carbonio non dovrebbe esistere in una roccia di origine vulcanica, che si è formata ad alte temperature sotto l’effetto delle quali dovrebbe vaporizzare; ed è altrettanto inusuale trovarne traccia nell’andesite, di cui sono fatti i megaliti di Tiahuanaco. L’elemento organico individuato è un geopolimero a base di acidi carbossilici, che presume l’intervento umano sulla sabbia di andesite per formare una sorta di cemento.

«La sostanza rilevata suggerisce la reazione di un composto di ammonio (l’azoto N) di origine biologica, vegetale o animale, che forma un legante organo-minerale», spiega il report scientifico. Tale evidenza è frutto di anni di ricerche, sulla scorta di prove che Joseph Davidovits, insieme all’antropologo peruviano Francisco Aliaga, aveva evidenziato già nel 1981 durante una conferenza archeometrica a New YorkLe prove fornite ora, dagli studiosi dell’Università di San Pablo ad Arequipa e dal Geopolymer Institut, mostrano che la tradizione orale era giusta: «I Tiahuanacoti erano esseri umani evoluti, conoscevano perfettamente il loro ambiente e sapevano sfruttare intelligentemente le risorse naturali, modellando la pietra prima di farla indurire».

I primi campioni di arenaria rossa e di andesite sono stati raccolti a novembre 2017, quando il team internazionale di scenziati provenienti da Francia e Perù, ha deciso di condurre uno studio nel sito archeologico di Tiahuanaco, sul lago Titicaca. Un complesso architettonico conosciuto in tutto il mondo per la sua misteriosa Porta del Sole, le rovine dei templi e la sua piramide. Accademicamente gli archeologi ritengono che questo sito sia stato costruito ben prima degli Incas, tra il 600 e il 700 d.C., anche se esistono ricerche, come quella dell’esploratore Arthur Posnansky, che ipotizzano una datazione di gran lunga antecedente. Posnansky nel  suo "Tihuanacu, the Cradle of American Man” del 1945, fece notare che due punti di osservazione nel recinto del Kalasasaya indicavano i solstizi d’inverno e d’estate e, servendosi di una tavola astronomica, dedusse che la costruzione risaliva al 15.000 a.C.. Passò ovviamente per eccentrico, fino a quando Ralph Muller rielaborò i calcoli e convenne che l’asse di iscrizione temporale potesse essere compreso tra il 4.000 e il 10.500 a.C., data quest’ultima su cui concorda Graham Hancock in “Fingerprints of the Gods: The Evidence of Earth's Lost Civilization”. 

Di particolare rilevanza per i risultati delle indagini sono stati i campioni delle rovine coeve di Pumapunku, un enigmatico tempio piramidale noto per le sue incredibili strutture ad “H”, che custodisce due curiosità architettoniche: quattro gigantesche terrazze di arenaria rossa che pesano tra 130 e 180 tonnellate e piccoli blocchi di andesite, una pietra vulcanica estremamente dura, le cui forme complesse e la precisione millimetrica sono incompatibili con la tecnologia dell’epoca. Le analisi in sezioni sottili sono state effettate attraverso la scansione al microscopio elettronico (SEM) e dimostrano che i costruttori di Pumapunku hanno padroneggiato due metodi di calcestruzzo geopolimero: uno alcalino per i megaliti di arenaria rossa e uno acido per le strutture in andesite grigia, che si basa sull'uso di carbossilici organici estratti dalla biomassa locale e anche sull'aggiunta di guano.

Secondo il geologo Luis Huaman, dell’Università Catolica San Pablo di Arequipa, i costruttori avrebbero raccolto arenaria friabile rossa da una montagna vicino al sito, tufo vulcanico dal Cerro Khapia e sali di carbonato di sodio dal deserto dell’Altipiano. Per formare arenaria rossa, avrebbero creato il cemento dall'argilla (la stessa argilla rossa che i Tiahuanacoti utilizzavano per la loro ceramica) combinandola con i sali di carbonato di sodio della Laguna Cachi, nel deserto a sud. Per l’andesite grigia, invece, avrebbero inventato un legante organo-minerale a base di acidi organici naturali estratti da piante locali e altri reagenti naturali. Questo cemento sarebbe stato poi versato negli stampi e indurito per alcuni mesi.

Gli scienziati hanno scoperto al microscopio elettronico che l'arenaria rossa di Pumapunku non può provenire dalla regione perché contiene elementi, come il carbonato di sodio, che non si trovano nella geologia locale. L’arenaria è una roccia sedimentaria composta da granuli di quarzo e un legante di argilla. Esistono diverse fonti geologiche possibili, ma nessuna corrisponde alle pietre dei monumenti archeologici presenti nel sito. Nessuna cava conosciuta, infatti, è in grado di fornire blocchi massicci di 10 metri di lunghezza. Inoltre, la pietra locale è friabile e di piccole dimensioni. Pertanto, da dove viene la pietra? L'analisi complementare suggerisce che la fonte sia il sito di Kallamarka. I costruttori potrebbero aver trasportato arenaria caolinizzata finemente alterata da tale sito e aggiunto elementi estranei come il natron (Na2CO3) estratto dalla Laguna Cachi, un piccolo lago (Salar) situato a sud del grande Salar de Uyuni, nell'Altiplano della Bolivia.

Tuttavia, l'aspetto più controverso di Pumapunku si trova nell'enigma di oggetti più piccoli realizzati in pietra vulcanica andesitica e modellati con una tecnica di stampaggio a geopolimero di sabbia bagnata. Anche lo studio di questi frammenti di andesite grigia mostra la presenza di materia organica: «Abbiamo elementi in carbonio, azoto e minerali - spiegano gli studiosi, sottolineando che - l'esistenza di materia organica amorfa è molto insolita, se non impossibile, in una pietra vulcanica. In questo caso avrebbero trasportato tufo vulcanico non consolidato, che è un materiale pietroso di andesite, con la consistenza della sabbia, dal sito di Cerro Khapia, e aggiunto un legante geopolimero organo-minerale fabbricato con ingredienti locali».

Una teoria che ben si sposa con le ipotesi avanzate negli anni ’80 per le piramidi egizie, sempre da Davidovits, direttore del Geopolymer Institute di St. Quentin in Francia, suggerendo che i blocchi erano costituiti da un tipo di calcestruzzo, calcare disaggregato proveniente dall’altopiano di Giza cementato da un polisil-osso-alluminato di sodio o di potassio. Davidovits affermò che si trattava di una forma molto antica di cemento, creata usando una particolare miscela di calcare, argilla, calce e acqua. Ipotesi avallata anche da Michel Barsoum, professore presso il Dipartimento di Scienza dei Materiali e Ingegneria dell'Università di Drexel, come si legge in un articolo pubblicato da LiveScience nel 2007. Dopo anni di ricerche, in collaborazione con la National Science Foundation, approfondite osservazioni al microscopio elettronico a scansione e altri test, Barsoum e il suo gruppo di ricerca hanno scoperto che le strutture più piccole all'interno delle pietre dell'involucro interno ed esterno delle Piramidi di Giza erano effettivamente coerenti con un calcare ricostituito. Il cemento che legava l'aggregato calcareo era o biossido di silicio (blocco di quarzo) o un minerale di silicato ricco di calcio e magnesio. 

Le pietre avevano anche un elevato contenuto di acqua, insolito per il calcare naturale normalmente secco, trovato sull'altopiano di Giza, e le fasi di cementazione, sia nelle pietre di rivestimento interne che esterne, risultavano amorfe. In altre parole, i loro atomi non erano disposti in una matrice regolare e periodica. Più sorprendentemente, Barsoum e uno dei suoi studenti, Aaron Sakulich, scoprirono la presenza di sfere di nanoscala di biossido di silicio (con diametri di soli miliardesimi di metro) in uno dei campioni (ne abbiamo parlato su FENIX n.. 82). La scoperta confermò ulteriormente che questi blocchi non sono di calcare naturale. Tale ipotesi alternativa per la costruzione delle piramidi sarebbe confermataRICHIEDI L'ARRETRATO dalla presenza di una "formula alchemica” celata nella Stele della Carestia, custodita sull’isola di Elefantina, ad Assuan. Un enorme megalite sul quale vengono narrati eventi risalenti a Djoser, il faraone della III dinastia che fece costruire la piramide a gradoni della necropoli di Saqqara. Il testo inciso sulla stele è stato studiato ed esaminato per diversi decenni, inducendo gli studiosi a proporre differenti traduzioni, e quindi interpretazioni dei suoi contenuti. Ciò che incuriosì maggiormente alcuni egittologi si trova nella terza parte della stele, dove concordemente a tutte le traduzioni, viene citata la costruzione di edifici e monumenti. Sulla XIX colonna l'iscrizione riporta di un sogno durante il quale fu rivelato dalla divinità a Djoser l’utilizzo di alcuni minerali segreti e la tecnica per realizzare una roccia “artificale”,  una "pietra ricostituita”, con la quale sarebbe stata edificata la struttura esterna delle Piramidi di Giza e la cui formula è stata recentemente ricostruita in laboratorio. Nei prossimi mesi verranno condotti ulteriori studi per determinare se anche altri monumenti nella regione del Perù di Cuzco sono stati costruiti con le stesse conoscenze scientifiche della zona di Tiahuanaco. Nel frattempo gli studiosi stanno analizzando la materia organica individuata per consentire una più precisa datazione del sito attraverso il Carbonio-14 e verificare l’esatto periodo di appartenenza di megaliti.

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 OBIETTIVO ENIGMA

Foto di Luca Zampi e Dessislava Julievaa cura di Luca Zampi

Osservando l'abilità di perforazione del granito sviluppata dagli Antichi Egizi, individuata anche in diverse costruzioni megalitiche in tutto il mondo, notiamo che la tecnica usata anticamente non può essere quella dell'archetto preistorico, con rame e sabbia, ipotizzata dal mainstream accademico. Un granello di silicio non può scalfire il granito, diventerebbe polvere ancor prima di arrivare in fondo, ma soprattutto un cilindro di rame molle non può curvare all'interno di un foro della stessa misura con intervalli della stessa curvatura come se potessero variare di un grado a ripresa fino ad angolo desiderato. Simili fori sono impossibili secondo la spiegazione ufficiale e queste evidenze lo provano. Ma c'è di più. Come si vede dalle foto sembra conoscessero una tecnica di fabbricazione o modellazione delle roccie. Lo si vede dagli stampi che lasciavano le pietre poggiate sopra e dagli spuntoni o bottoni che sembrano esser stati prefabbricati. Indizi che trovano una loro spiegazione proprio nei risultati dello studio di Davidovits, che sta facendo luce sulla capacità di queste civiltà di ammorbidire o cambiare lo stato fisico della roccia.

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