UNGUENTO SEGRETO DI RIGENERAZIONE EGIZIO


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a cura della redazione, 29 maggio

Foto ©British Museum

Gli scienziati hanno analizzato la sostanza trovata su alcuni sarcofaghi, scatole shabti e figurine di divinità dell’Antico Egitto. Un fluido utilizzato anche per ungere ritualmente i defunti e legato alla trasformazione in Osiride, i cui ingredienti indicano un intenso commercio con terre lontane…

ACQUISTA ORAGli Antichi Egizi sigillarono con una strana sostanza nera gli involucri di legno che custodivano alcune mummie e oggetti particolari. Un trattamento rituale legato al potere rigenerativo osirideo durante il viaggio negli Inferi, che risulta essere stato prevalentemente in uso tra la XIX e la XX dinastia. Anche se la maggiuor parte dei reperti sui quali è stata identificata la sostanza appartengono al Terzo Periodo Intermedio (1069-664 a.C.), gli studiosi sono certi che una sostanza simile fu utilizzata anche dalle dinastie precedenti, modificandosi con l’evolversi delle pratiche funerarie. Una pratica che affonda, dunque, le sue radici in un’antichissima tradizione per liberare lo Spirito dalla materia. Lo rivela un nuovo studio del British Museum, che ha fatto luce sulla composizione e sullo scopo di quella che è risultata essere una strana miscela. Gli scenziati hanno prelevato e analizzato cento campioni da dodici sarcofaghi, tutti risalenti alla XX dinastia. Ogni campione è stato vaporizzato in modo da separarne le molecole per poi pesarle e dividerle in base alla loro massa, in modo da identificarne la quantità e stabilire le singole sostanze presenti.

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Nonostante molti testi accennino alla preparazione spirituale necessaria per affrontare il viaggio nell’oltre tomba nell'Antico Egitto, pochissimi parlano degli aspetti rituali, come se la conoscenza delle pratiche relative alla mummificazione e alla sepoltura fosse una "scienza segreta". «Abbiamo scoperto che la base principale di tale unguento appiccicoso è composta da una combinazione di olio vegetale, grasso animale, resina di alberi, cera d'api e bitume. Ingredienti la cui percentuale varia da una sepoltura all’altra. È possibile siano presenti anche altri materiali, che purtoppo non possono più essere rilevati poiché si sono degradati», spiega la dott.ssa Kate Fulcher, assistente di ricerca nel dipartimento di ricerca scientifica del Museo. Il liquido nero indurito è stato riscontarto solo sui volti di alcune mummie, su scatole shabti (usate per contenere figurine da lasciare nella tomba del defunto) e su figurine simboliche legate alle divinità, come un babbuino di legno che rappresenta il giudizio di Thoth durante la cerimonia di accesso all’Aldilà. Anche nella tomba di Tutankhamon ne sono state ritrovate alcune ricoperte da questa misteriosa sostanza, ma ancora non sono state analizzate.

Figura in legno babbuino coperto di unguento nero, XVIII dinastia (1549 / 1550–1292 a.C.)
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Precedenti analisi del balsamo usato sui corpi per la mummificazione hanno dimostrato che era fatto con gli stessi ingredienti della sostanza nera utilizzata all’esterno delle custodie che contenevano le mummie. Ciò significa che tale unguento nero veniva usato in diversi momenti del processo di sepoltura, sia durante la preparazione del cadavere sia durante i riti funebri. A quale scopo? Si pensa che gli Antichi Egizi usassero il fluido proprio per il suo colore nero, che simboleggiava la rigenerazione attraverso il dio Osiride. «Associato alla morte e alla Rinascita, in vari testi funerari Osiride è chiamato "il Nero" ed è spesso raffigurato con la pelle nera e il corpo avvolto in bende di lino. Il nero è anche il colore associato al limo alluvionale depositato sulle rive del fiume Nilo dopo la fine dell'inondazione annuale. La pratica di rivestire le bare con tale sostanza indicherebbe che la sepoltura aveva una precisa funzione associata al potere rigenerativo di Osiride e all'immortalità», spiega Fulcher. Nei Testi delle Piramidi Osiride è legato anche alla coltivazione dei campi, in quanto fonte di vita come la terra scura e fangosa di Khem. Lo stesso terreno fertile che forniva l’ambiente ideale in cui i semi per le colture potevano germogliare e crescere, intrinsecamente magico e rigenerante per gli Antichi Egizi. È per questo che aiuole di argilla e di legno a forma di Osiride, piene di terra nera e di semi germinanti, venivano talvolta incluse nelle sepolture del Nuovo Regno.

Sarcofago di Djedkhonsiufankh, XXII dinastia (945-720 a.C.)
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  Tra le mummie studiate, un particolare rilievo nello studio assume quella di Djedkhonsiu-ef-ankh, un sacerdote del tempio di Amon a Karnak, guardiano del Sancta Santorum del tempio in quanto “Custode delle porte del Cielo”. Dopo essere stato mummificato e avvolto nelle bende, quasi 3000 anni fa, fu deposto in una custodia di legno, dipinta con colori vivaci e ricoperta di un sottile strato dorato, prima di essere posizionato all’interno di un sarcofago più grande. Su di esso furono versati diversi litri del liquido viscido e appiccicoso di colore nero, ancora caldi, per coprire completamente la sua custodia e cementarla, pronta al viaggio verso gli Inferi. Le scansioni del suo sarcofago ancora sigillato hanno mostrato il suo corpo mummificato, con l’addome completamente pieno di quella che sembra essere una miscela di sabbia, segatura e resina, mentre le sue mani sono state posizionate sull’area genitale. Un altro indizio del potere germinativo osirideo. Fanno parte del suo corredo, insieme a un enigmatico anello sacerdotale con su inciso il sacro kheperer, un gioiello alato, un piccolo amuleto e uno scarabeo appoggiati sul suo petto. 

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A quanto pare tale trattamento particolare non era concesso a tutti. Non solo la maggior parte degli esempi sino ad oggi rinvenuti provengono da sepolture reali, ma le prove suggeriscono che tale trattamento era riservato a una ristretta cerchia dell’élite specifica. Se si trattasse di una scelta personale, dovuta anche al costo, o se fosse un metodo di sepoltura applicato durante i riti funebri solo di alcuni individui ritenuti spiritualmente idonei resta ancora un mistero.

Sarcofago di Padihorpakhered, il “Portatore di Latte di Amon", XXII dinastia (945-720 a.C.)
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Da dove vengono gli ingredienti della “resina nera”? L’analisi del British Museum ha rivelato che le due resine presenti, provenienti da alberi di pistacchio e da conifere, e il petrolio greggio utilizzati dovevano essere stati importati, indice di un florido commercio. Gli alberi di pistacchio crescono in molti paesi che si affacciano sul Mediterraneo, dalla Grecia all’Asia occidentale. Anfore (vasi) che contenevano la loro resina sono state trovate anche ad Amarna e su reperti legati al naufragio di Uluburun, al largo della costa della Turchia occidentale, avvenuto nel 1300 a.C.. «L’analisi della ceramica mostra che questi vasi sono stati probabilmente realizzati nella regione intorno ad Haifa, nell’odierno sato d’Israele, che è probabilmente anche il luogo in cui è stata raccolta la resina di pistachio. Un materiale che nell’Antico Egitto era usata anche per produrre l’incenso e come vernice per dipingere le bare. Tutti elementi che lasciano supporre fosse importata in quantità ragionevoli», sottolinea Fulcher.

Figura di legno seduta con la testa a forma di tartaruga
proveniente dalla tomba di Ramesse I o Seti I
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La resina di conifere, trovata anche in barattoli relativi ad altri usi rituali o funerari, dovrebbe invece provenire da una varietà di piante, tra cui pino, cedro, abete e ginepro, ma è difficile distinguere tra queste resine dopo tanti anni. «Il luogo più vicino dove crescono questi tipi di alberi è il sud Libano, il che indica che la loro resina è stata importata in Egitto da una regione più a nord», aggiunge la studiosa. Per quel che riguarda il bitume (petrolio greggio solido), la ricercatrice fa notare che deriva da esseri viventi come piante, animali e organismi monocellulari morti da milioni di anni. Così come questi esseri viventi variano a seconda dell’ambiente, il bitume varia anche da un luogo all’altro. Confrontando i biomarcatori presenti nei campioni di unguento nero analizzato con quelli provenienti da altre fonti conosciute, gli studiosi ne hanno stabilito la provenienza: il Mar Morto. «Ciò ha senso poiché i testi dell’antica Grecia fanno riferimento a solidi blocchi di bitume che galleggiavano sulla superficie del Mar Morto e a persone che remavano letteralmente verso di essi per tagliarne alcuni pezzi e venderli in Egitto», conclude Fulcher nel suo articolo.

La sostanza nera scoperta nel sito di Amara West
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Recenti scavi nell’antica città di Amara West, condotti in Sudan sempre dal British Museumin collaborazione con la National Corporation for Antiquities and Museums(NCAM), hanno portato alla luce una sostanza friabile nera in una tomba risalente alla fine del Nuovo Regno (1100 a.C circa). Dalle analisi è risultato che ha la stessa composizione di quella egizia. Amara West è in quella che un tempo era chiamata Nubia, un’area a sud dell’Egitto che gli Antichi Egizi cercarono di controllare per i suoi depositi di oro, tra il 1548 al 1086 a.C.. Quello di Amara West è, dunque, il primo esempio di unguento nero in Nubia e mostra l’uso di riti funebri egizi anche lontano dal centro del potere. Gli scienziati si augurano di poter presto riprodurre questa misteriosa sostanza per ricostruirne il processo, stabilirne l’odore e capire a quale temperatura dovesse esser scaldata per essere utilizzata.

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