UNO SCHELETRO SFIDA LA TEORIA DI COME GLI UMANI ARRIVARONO NELLE AMERICHE


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a cura della redazione, 10 Febbraio

FOTO: Eugenio Acevez

La scoperta di uno scheletro in una grotta sottomarina in Messico fornisce nuove prove che gli umani non arrivarono per la prima volta nelle Americhe in un’unica ondata come sostiene la teoria "tradizionale", ma provenivano da aree diverse….

ACQUISTA ORAUn nuovo scheletro, scoperto nelle caverne sommerse di Tulum, fa luce sui primi coloni del Messico. Sebbene manchino ulteriori prove archeologiche a supporto, i ricercatori ritengono che il suo schema cranico suggerisca la presenza di almeno due gruppi umani morfologicamente diversi, che vissero separatamente in Messico durante il passaggio dal Pleistocene all’Olocene. Per quanto ne sappiamo gli umani vivono nella penisola dello Yucatán in Messico almeno dal tardo Pleistocene (126.000-11.700 anni fa). Gran parte di ciò che conosciamo di questi primi coloni del Messico proviene da nove scheletri umani ben conservati, trovati nelle caverne sommerse e nelle doline nei pressi di Tulum a Quintana Roo, in Messico. Qui, Wolfgang Stinnesbeck della Università di Heidelberg, in Germania, e i suoi colleghi hanno rinvenuto nella grotta sottomarina di Chan Hol, all'interno del sistema di caverne di Tulum, un nuovo scheletro completo al 30%, cui hanno dato il nome di “Chan Hol 3”. I resti ben conservati apparterrebbero a una donna paleoindiana di 30 anni.

Silvia Gonzalez (a sinistra) e Sam Rennie mentre studiano lo scheletro di "Chan Hol 3” (FOTO: PA)Gli autori dello studio, pubblicato il 5 febbraio scorso sulla rivista PLOS ONE, dopo aver preso le misure craniometriche, hanno confrontato il cranio con 452 teschi provenienti da tutto il Nord, Centro e Sud America e altri teschi trovati nelle grotte di Tulum. Le analisi hanno dimostrato che “Chan Hol 3” visse almeno 9.900 anni fa. Il suo cranio cade in uno schema mesocefalico (né particolarmente largo o stretto, con zigomi larghi e fronte piatta), come altri tre teschi delle caverne di Tulum usati per il confronto. Tutti presentavano carie dentarie, indicando potenzialmente una dieta a più alto contenuto di zuccheri. 

Ciò contrasta con la maggior parte degli altri ritrovamenti: «Gli scheletri di Tulúm indicano che o più di un gruppo di persone ha raggiunto prima il continente americano, o che un piccolo gruppo di primi coloni, che vivevano isolati nella penisola dello Yucatán, sviluppò una diversa morfologia del cranio. La storia dei primi insediamenti in America sembra quindi essere più complessa e, inoltre, si sarebbe verificata in un periodo precedente rispetto a quello ipotizzato per altri crani americani datati allo stesso periodo, che tendono ad essere invece lunghi e stretti, con denti consumati senza cavità, suggerendo il consumo di cibi duri», spiegano gli studiosi. I paleoindiani furono i primi popoli ad arrivare, e successivamente ad abitare, nelle Americhe. Si ritiene che abbiano attraversato un antico ponte di terra che collegava l’Asia al Nord America, noto come Beringia, durante l’ultima era glaciale più di 12.000 anni fa, prima di migrare verso la regione patagonica del Sud America. «In entrambe le ipotesi proposte, la storia dei primi insediamenti delle Americhe sembra essere più complicata e potrebbe risalire a migliaia di anni prima di quanto si credesse, secondo i nuovi dati sulla morfologia umana», ha sottolineato Silvia Gonzalez, professore di Geologia Quaternaria e Geoarcheologia presso la John Moores University di Liverpool.

FOTO: Paul Nicklen/National GeographicGià nel 1996 la scoperta dei resti di un cacciatore di 9.000 anni, noto come Uomo di Kennewick, vicino al confine tra Washington e Oregon, aveva presentato l'intrigante enigma agli archeologi che studiano la popolazione delle Americhe. Dopo 11 anni di studi, sebbene fosse chiaramente un primo americano, risultò che aveva un cranio più grande e una faccia più stretta che sporgeva in avanti rispetto a quelli dei moderni nativi americani. 

Una ricostruzione della cosiddetta testa dell’Uomo di Kennewick, basata sui resti trovati sulle rive del fiume Columbia nel 1996 (FILE / KRT)Queste discrepanze fisiche hanno portato gli scienziati a chiedersi se fosse un antenato diretto dei moderni nativi americani o se un diverso gruppo di persone fosse emigrato nelle Americhe e le avesse generate. La prima corrispondenza fu trovata in una fossa piena di acqua, profonda circa 46 metri, nota come Hoyo Negro ("buco nero") in un sistema di grotte sottomarine nello Yucatán in Messico. Lì, nel 2007, i subacquei hanno trovato lo scheletro quasi intatto di una ragazza di 15-16 anni che hanno chiamato Naia (dal nome della ninfa acquatica greca). Molteplici metodi usati per datare i denti e le ossa suggerirono che visse tra i 12.000 e 13.000 anni fa, rendendola una dei primi umani mai trovati nelle Americhe. L'analisi del suo DNA mitocondriale, trasmesso da madre a figlio, mostrò che aveva una costellazione di geni comune tra i nativi americani moderni, mentre la sua morfologia cranica era simile a quella dell’uomo di Kennewick.

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