ANTICHE IMPRONTE RIVELANO RITUALE MAYA


10 May
10May

Più di un centinaio di mani rosse e nere ricoprono le pareti di una grotta nascosta sotto un albero sacro in Messico. Gli studiosi ritengono rappresentino un codice segreto e che siano associate a un rituale iniziatico, datato verso la fine dello zenit dell'antica civiltà precolombiana...


a cura della redazione, 10 Maggio

Nelle profondità della giungla messicana, nascosta circa 15 metri sotto un grande albero di Ceiba, si trova una grotta sotterranea dove più di 1.200 anni fa, i Maya hanno lasciato una traccia indelebile della loro presenza sulle pareti di roccia: 137 impronte di mani, rosse e nere, che sono visibili ancora oggi. I ricercatori dell’Istituto Nazionale di Antropologia e Storia (INAH) hanno scoperto tali segni rupestri circa due decenni fa, durante la ricerca di un pozzo sacro, ma l’archeologo Sergio Grosjean ha iniziato a pubblicizzare la scoperta solo di recente. La grotta si trova vicino alla punta settentrionale della penisola dello Yucatan, dove si trovano ancora le torreggianti piramidi dei centri urbani come Uxmal e Chichen Itza. Il sistema di grotte dove è avvenuto il ritrovamento è noto come Balamku o "Dio Giaguaro".

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Dall’analisi della dimensione delle impronte, la maggior parte più piccole delle altre, l’archeologo Sergio Grosjean sostiene che furono realizzate da adolescenti e indicherebbero il loro passaggio iniziatico alla pubertà. Anche i colori per gli studiosi forniscono un indizio sul loro significato simbolicco e rituale: «Hanno impresso le loro mani sulle pareti con il nero e il rosso: il primo per simboleggiare la morte, anche se questo non significava che sarebebro stati uccisi o sacrificati, piuttosto rappresenta un passaggio inizatico a una nuova esistenza, che celebrava il transito all’età consapevole; il secondo è invece un riferimento alla sopravvivenza e alla vita» spiega Grosjean.  Il ricercatore ha sottolineato che «la sacralità del luogo è confermata proprio dalla Ceiba secolare che custodisce l’ingresso della grotta: un albero sacro nella cultura Maya, soprattutto per il suo simbolismo, con i rami a sorreggere il cielo e le radici dirette verso il mondo sommerso».

Nella foto, pagina 76 e 75 del Codice di Madrid o Codex Tro-cortesianus                                   ACQUISTA L'ARRETRATO

LO SAPEVI CHE: la ceiba è un albero sacro venerato da diverse culture preispaniche in Mesoamerica, tra cui i Maya, i Taínos (Porto Rico), i Quechua, i Pipiles, i Nahuas e nella cultura afrocubana, gli Yorubas. È venerato anche da alcune tribù peruviane, che credano i soi rami siano la dimora degli dèi della foresta. In lingua Maya il suo nome è Ya'axche e, secondo la cosmovisione indigena, i 13 cieli si aprono per mezzo dei suoi rami. C'è una famosa leggenda del Popol Vuh, secondo la quale gli dei creatori piantarono nelle quattro regioni del cosmo i loro rispettivi alberi: a est, la ceiba rossa; a ovest, la ceiba nera; a sud, la ceiba gialla; e nel nord, la ceiba bianca. Infine piantarono una quinta ceiba, al centro delle quattro direzioni, e nelle sue radici localizzarono lo Xibalbá o Mitnal, la dimora dei morti. Alla sua base posero il Kab, o la terra dove viviamo gli umani; nel suo tronco e nei suoi rami stabilirono la dimora degli dei; mentre in cima all'albero si troverebbe l'origine di tutti gli dei, sotto forma di un magnifico uccello celeste, Quetzal.

Tra i manufatti Maya trovati nella grotta, una scultura simile a un “volto", e sei rilievi con disegni che raffigurano l’inframondo Maya, datati all'incirca verso la fine del cosiddetto periodo classico dell'antica civiltà precolombiana, che durò circa dal 250 al 900 d.C.. La grotta, secondo i ricercatori, era assimilata a un ventre nel quale si concludeva e sorgeva la Vita.

Secondo il MesoAmerican Research Center (MARC) dell’Università della California, questa epoca nella storia dei Maya era associata allo sviluppo di sistemi distintivi, quali la scrittura e i calendario, opere d’arte in ceramica multicolore, progressi in astronomia e matematica e importanti architetture pubbliche, come i maestosi templi nelle vicinanze. Lo Yucatán Times ricorda che impronte simili ricorrono in altre opere d’arte e dell’architettura Maya, in particolare negli edifici di Chichén Itzá. I ricercatori devono ancora determinarne il simbolismo preciso. «Erano usate dagli antichi Maya come parte di una lingua scritta. È importante sottolineare che non sono presenti a caso, sono un codice a noi ancora sconsciuto», dice Marco Antonio Santos, direttore dell'imponente sito archeologico, a Noticieros Televisa. Per evitare danneggiamenti e atti vandalici è stata effettuata una registrazione dell’intera grotta, la cui ubicazione verrà mantenuta segreta finché non ci saranno le condizioni per dare accesso al pubblico, come ha spiegato Grosjean a La Jornada Maya


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